martedì 6 febbraio 2018

Perchè scegliere un percorso di psicoterapia

Voglio scrivere di questo per un motivo molto semplice: lo psicoterapeuta è ancora percepito in modo molto spaventoso e minaccioso. Personalmente, da qui, sostengo semplicemente (e non solo io) che lo psicoterapeuta è il professionista che si occupa di salute mentale e non solo di malattia. E la sua materia di studio, di ricerca e di cura è il funzionamento psicologico dell'essere umano. Perché sottolineare il banale? Perché la realtà ci mostra che, tutto sommato, il banale non è cosa scontata. Per la gente comune è immediato pensare che, se mi rompo una gamba, dovrò rivolgermi ad un ortopedico; se ho una gastrite al gastroenetrologo e per un mal di denti al dentista. Inoltre, sia l'ortopedico, il gastroenterologo, nonché il dentista oltre a curare il danno, si preoccuperanno di fornire strumenti di prevenzione al fine di promuovere uno stato di benessere e di prevenire eventuali recidive. Per  essere concreti, ad esempio, il dentista dirà che non si deve solo intervenire quando il dente è cariato, bensì che è fondamentale attuare un'accurata igiene della bocca. Fuor di metafora, lo psicoterapeuta, alla stessa stregua, è colui che non solo cura, attraverso l'ascolto e la parola, una determinata psicopatologia, ma che facilita nel cliente smarrito e confuso una presa di coscienza sia della natura del suo malessere (sintomo come spia di qualcosa che non va), sia della sua costruzione e percezione della realtà, in termini di rapporti con i propri sentimenti, costrutti o idee, con le sue modalità di riconoscere ed affrontare i problemi e di costruire ed intessere relazioni con sé e con gli altri. Perché questo passaggio è importante? Per il fatto che, il faticoso lavoro di esplorazione e di facilitazione permette una progressiva presa di consapevolezza e di ristrutturazione del proprio sé, grazie all'integrazione e corretta simbolizzazione di quelle aree della personalità, prima intercettate e distorte, perché incompatibili con il concetto o struttura del sé: ossia di quell'insieme di emozioni, idee e valori, introiettati dall'ambiente circostante e percepiti come propri (Falso sé) con cui la persone si è costruita nel tempo (Rogers, 1951). Rogers (ivi) ci insegna, infatti, come uno dei bisogni della Persona sia quello di mantenere un certo grado di coerenza interna, intesa come percezione di sé stabile e coerente nel tempo, negando alla coscienza, se necessario quei vissuti, di carattere organismico e viscerale, percepiti come minacciosi (Vero sé), in quanto in forte contrasto con l'immagine che il soggetto ha di sé. Fin quando la persona non sente conflitto interiore rispetto al tentativo di emersione di queste parti distorte e bloccate, l'equilibrio è preservato: alcuni elementi possono benissimo essere posti al di fuori della coscienza, senza turbamento per l'individuo. Ma cosa succede, al contrario, a quella persona che sente che qualcosa sta andando in crisi? Che nota dei cambiamenti nel suo percepire? Che inizia a rendersi conto che inizia ad esserci una discrepanza (ivi) tra ciò che pensa e ciò che sente e proviene dal suo organismo? Che sente emozioni contrastanti e minacciose? La scelta di rivolgersi ad uno psicoterapeuta si incunea proprio in questo frangente: quando si prova sofferenza psicologica, confusione, ansia e tensione, quando i nostri sintomi psicologici ci informano che c'è qualcosa che non va. Quando si instaura, in termini rogersiani, una delle condizioni necessarie e sufficienti per la nascita della relazione terapeutica e del processo di cambiamento proprie del cliente, ossia un nascente stato di incongruenza o di ansia (Rogers, 1957; 1961), che si manifesta, appunto, attraverso una determinata sintomatologia (sintomi ansiosi, depressivi, psicotici...) non decifrabile. Ed il terapeuta serve proprio a questo: a facilitare la persona, considerata come la miglior esperta di se stessa in quanto agente di scelta libero e responsabile, nel trovare, in modo unico, soggettivo ed irripetibile, una chiave di lettura della sofferenza che sta provando. Ed è proprio l'interrogazione di questi sintomi, l'offrire loro un senso, secondo ciò che suggerisce la propria saggezza organismica, offrire loro una storia , una loro collocazione, un "perché" è fare buona psicoterapia: perché permette alla Persona, ora più libera dai grovigli sintomatici, di scegliere responsabilmente la direzione, unica, soggettiva ed irripetibile della propria esistenza, di sviluppare ed accrescere la propria Tendenza Attualizzante (Rogers, 1951), affinché possa fare, come ci informa anche Gabriele D'Annunzio, della propria vita un'opera d'arte. Nonostante tutto.

Dott.ssa Francesca Carubbi
psicologa - psicoterapeuta
www.psicologafano.com
 
© Francesca Carubbi

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