lunedì 5 febbraio 2018

Con – Tatto: abuso, trauma e le condizioni rogersiane dell'ascolto

L'abuso è una violazione. E' fiducia tradita. E' un entrare violento nella propria intimità, senza permesso. Parlare di abuso è molto difficile. C'è ancora un profondo velo omertoso che, spesso, tende a minimizzarne la portata. Minimizzazione o, nel peggior caso, misconoscimento che non facilita la rielaborazione da parte della vittima di ciò che è accaduto. L'impossibilità di un clima accogliente, autentico ed empatico (Rogers, 1957) non permette, altresì, alla vittima di parlare di ciò che ha subito. In tal senso, non è raro osservare che molte vittime, che hanno subito violenze in tenera età, parlino del loro trauma solo in età adulta. Ma il trauma non scompare, anzi...Torna, in altre vesti, se possibile ancora più forte di prima: può succedere che la vittima possa ripetere ciò che ha subito e tentare di rielaborare la ferita attraverso una sintomatologia specifica: flash – back, fughe ed amnesie dissociative, vere e proprie somatizzazioni e un iperattivazione dell'arousal (risposte fisiologiche eccitatorie abnormi rispetto alla portata dello stimolo. Ad esempio sentirsi minacciati ed incolumi in situazioni obiettivamente non pericolose). Non rare sono le manifestazioni di autolesionismo e la comparsa di disturbi psicopatologici, come disturbi di ansia e dell'umore, disturbi di personalità (Organizzazione Borderline di Personalità – Kernberg, 2000) e l'abuso e dipendenza da sostanze: tutti tentativi di dare un senso al non rievocabile, alla sopraffazione che irrompe come un lampo a ciel sereno, a vissuti non dicibili o pensabili, come sentimenti di indegnità, vergogna, colpa e rabbia. Chi non può ricordare e dare giusta legittimità a ciò che gli è successo è come se vivesse come un funambolo, che cammina su una corda altissima, in un precario equilibrio, e che rischia di sfracellarsi al suolo. L'unica differenza è che il funambolo conosce il pericolo, quale quello di cadere, mentre la persona abusata ha paura ed angoscia, senza comprendere il perché: la vittima di abuso sa che le è capitata una cosa molto grave, ma non ha tutti i pezzi necessari per mettere insieme il suo puzzle esistenziale, i suoi ricordi. Vive tutto attraverso il corpo e le emozioni percepite come minacciose. Da qui, la persona traumatizzata percepisce la realtà in modo sopraffacente ed impotente (Tardioli, 2010, appunti interni IACP), ossia con scarso empowerment personale (Rogers, 1977) e possibilità di cambiamento. Il tutto, accompagnato da un profondo senso di indegnità.
Come aiutare, allora, queste persone? La persona abusata porta un bagaglio di vissuti profondamente ambivalente: ciò che condanna a se stesso è l'incapacità, all'epoca dei fatti, di non essere riuscito a dire un fermo e deciso "NO!", di non essersi fermato in tempo...insomma di non essersi difeso e scappare. I racconti che entrano in una stanza di psicoterapia sono intrisi di angoscia e perciò è molto frequente che il professionista, che non ha simbolizzato correttamente dentro di lui l'angoscia e la paura rispetto a suddetti vissuti ambivalenti, cada in errori di comunicazione:
- può mostrarsi, lui per primo, ambivalente nella sua arte comunicativa: attraverso la parola esprime un suo vissuto, mentre con il corpo un altro. Ad esempio, senza rendersene conto, può assumere una posizione di difesa o uno sguardo giudicante o, mancando di ascolto empatico, può mettere in campo atteggiamenti salvifici (il terapeuta può colludere con le richieste di urgenza di guarigione o di accondiscendere alla soddisfazione dei bisogni del cliente, magari rendendosi sempre reperibile al di fuori delle sedute, per poi sentirsi defraudato dei suoi confini e, di conseguenza, arrabbiato e confuso, rischiando, in tal modo, di inquinare il setting, privandolo di coerenza, costanza e stabilità (elementi, questi, che mancano alla persona che ha subito un trauma);
- può mostrarsi incongruente, mettendo in atto quelle che Gordon (trad. it., 2005) ha definito barriere di comunicazione, come ad esempio la rassicurazione, che rappresenta una delle trappole più deleterie, per ciò che concerne il pericolo di reificazione del sentire del cliente. In tal senso, pensiamo al sopraffacente senso di colpa che prova una vittima di violenza. Da un punto di vista reale, non ci sono dubbi, che la colpa sia di chi ha compiuto questo abominevole comportamento. Io parlo, al contrario, della tendenza, da parte di chi non è sufficientemente congruente, maturo e saldo (Rogers, Kinget, 1965 - 66), di chiudere e pietrificare il discorso, e, soprattutto, di reificare o alienare l'emozione soggiacente: se dico ad una persona che prova senso di colpa, in soldoni, "non è colpa tua", significa che, in primis, sto reificando un suo vissuto degno di essere legittimato ed elaborato, per quanto angoscia possa creare, ed, in secondo luogo, sto chiudendo, appunto, un'importante esplorazione che, seppur difficoltosa e dolorosa, può permettere di rendere questa colpa digeribile e meno traumatica, e, da qui, di far sì che la vittima possa attribuire le oggettive colpe a chi ha tradito la sua fiducia, e violato il suo corpo e la sua anima. La persona abusata necessita, allora che chi sta davanti a lei sia capace di contenere il suo smarrimento, la sua vergogna e la sua colpa, senza sentirsi minacciata, devastata e distrutta dal racconto.
Riassumendo, reificare e edulcorare i sentimenti della vittima, difficili da nominare, equivale a  comunicarle la nostra difficoltà a starci in quell'inferno, amplificandone ancora di più la portata minacciosa e sopraffacente. E' come se la persona abusata iniziasse a pensare "se il terapeuta mi dice così, significa che ciò di cui parlo è una cosa gravissima. Una cosa talmente grave, da non poter essere ascoltata". Perciò, se l'accettazione o considerazione positiva incondizionata (Rogers, 1957) permette di far percepire alla persona traumatizzata un'accoglienza non possessiva, ma capace di contenere la sopraffazione, l'impotenza, la vergogna e tutto ciò che è intimamente collegato con l'abuso, la congruenza e l'empatia, d'altra parte, permettono un ascolto profondo e non reificante.
Nello specifico, come detto anche sopra, la corretta simbolizzazione dei vissuti permette al terapeuta sia di divenire quella persona degna di lealtà e fiducia nella relazione terapeutica (Rogers, 1961), sia di chiarire e confrontare (Kernberg, 1978; 2010), se necessario, il cliente su determinati aspetti percepiti dal terapeuta, appunto, come non chiari e confusi. L'empatia, d'altro canto (attraverso i rimandi che Rogers e Kinget – 1965 – 66 hanno ben descritto nella loro Opera, quali: riflesso semplice o reiterazione, riflesso del sentimento e delucidazione), consente la comprensione "come se" (Rogers, 1957) dei vissuti di disperazione e di dolore legati al trauma, scongiurando il pericolo di una pericolosa identificazione (quindi di perdita di empatia) con questi ultimi.
Riassumendo, l'abuso è una violazione, un sopruso della propria esistenza: la presa in carico e la relazione terapeutica devono, quindi, essere contraddistinte da fiducia, lealtà, saldezza ed empatia, affinché la persona possa sentirsi liberamente responsabile (Rogers, 1951) di esplorare la sua esperienza, senza interferenze ed ingerenze (comprese quelle di carattere salvifico) del terapeuta. Un ascolto, insomma, attento, delicato e capace, allo stesso tempo, di sostare nell'ambivalenza, nella confusione, nel caos, permettendosi, anche di confrontare il cliente, in modo autentico e senza difese professionalizzanti, su aspetti non comprensibili.
Un so – stare, con – tatto.
© Francesca Carubbi
Dott.ssa Francesca Carubbi
psicologa - psicoterapeuta
www.psicologafano.com

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