mercoledì 3 agosto 2016

L'arte del prendersi cura... non sempre così scontata

Si è detto molto sui fatti orribili avvenuti all'asilo di Milano. Solo l'ultimo esempio di tanti casi di cronaca, dove l'aggressività, il terrore si sono sostituiti all'arte dell'accoglienza, dell'educazione e della cura dell'altro. Eventi, questi, che non possono non farci indignare, perché così ingiustificabili e crudeli, soprattutto quando le vittime sono esseri così piccoli. Da qui, con queste righe non è mia intenzione di giustificare tali agiti, ma vorrei cercare di comprendere le basi, le eventuali falle del sistema, le difficoltà personali di chi educa, che potrebbero stare alla base di questi exploit profondamente aggressivi. Educare è un'arte professionale molto difficile: è cercare di far emergere nei bambini e nei ragazzi le loro potenzialità, i loro desideri più intimi, le loro aspirazioni. Percepirli come splendidi e promettenti germogli che, per crescere, necessitano di modalità relazionali e comunicative accettanti, autentiche ed empatiche, ma anche genuinamente autorevoli ed assertive. Insomma, l'educatore si trova all'interno di un delicato equilibrio, dove l'importanza della didattica curricolare, sovente nozionistica e di trasmissione passiva, dovrebbe andare di pari passo con la cura della soggettività ed unicità dell'allievo, attraverso una partecipazione attiva e curiosa di questi. Quest'ultimo aspetto concerne la promozione della cura dei sentimenti, la facilitazione della loro corretta simbolizzazione, cioè supportare ciò che Goleman definisce "intelligenza emotiva". Lo stesso Rogers (1969), nel suo libro "Freedom to Learn" ci esorta a non dimenticare mai che scopo dell'educazione è l'acquisizione, da parte del bambino, di una propria responsabile libertà nel proprio processo di apprendimento, tramite un'educazione confluente (Bruzzone, 2007), dove lo sviluppo emotivo e quello cognitivo vanno di pari passo, affinché il bambino possa considerarsi una persona profondamente fiduciosa nelle proprie valutazioni riguardo al proprio apprendimento, la propria vocazione, i propri gusti, le proprie scelte. L'emozione permette al bambino di esplorare dentro di sé ciò che desidera conoscere, essere e fare: preferisce, ad esempio, le attività sportive, come il correre? Le abilità manuali, come il costruire? Le attività espressive? Da cosa lo possiamo capire? Dall'ascolto empatico, dalla sua osservazione non possessiva e controllante. Ciò ci permette di comprendere il suo punto di vista, la minore o maggiore curiosità rispetto a determinate attività proposte. Ma la sfida più grande per un educatore è quella di empatizzare anche con aspetti più scomodi e faticosi del bambino come ad esempio comportamenti provocatori, atteggiamenti oppositivi o aggressivi. Un educatore stanco, stressato, non supportato  emotivamente e psicologicamente avrà molta più difficoltà a comprendere empaticamente l'emozione sottostante a questi comportamenti e ad essere assertivo e limitante verso suddetti atteggiamenti inaccettabili. Per far ciò, l'educatore deve essere,  per primo, capace e sufficientemente congruente con sé stesso, ossia essere autentico nel percepire correttamente e senza giudizio, i propri vissuti personali, sia per ciò che riguarda la motivazione della propria scelta lavorativa, le aspettative a riguardo, sia su eventuali difficoltà che potrebbe incontrare: "Mi piace ciò che faccio? Perché ho scelto proprio questo lavoro? Che aspettative ho a riguardo? E' talmente faticoso per me lavorare con i bambini, che sento di perdere le staffe ad ogni loro capriccio? E se fosse così, quali strumenti attivo per proteggermi dallo stress di assistenza e di cura e per proteggere loro? Posso fermarmi, delegare, prendermi una pausa? Posso chiedere aiuto? Mi posso permettere di essere una persona profondamente umana, con fragilità e limiti? Cosa provo emotivamente quando un bambino si arrabbia o diventa aggressivo? Cosa mi aspetto realmente da lui? Come dovrebbe essere per me il bambino ideale? Mi identifico con lui? Mi sento inadeguato quando non riesco ad entrare in contatto con lui? Mi sento rifiutato? Giudicato? Se non sono abbastanza bravo, temo di perdere il lavoro? Ciò è importante perché, se vogliamo davvero che l'arte educativa serva per facilitare la Tendenza Attualizzante del bambino, occorre che noi per primi sappiamo incarnare e trasmettere la nostra, con autenticità, anche per quanto riguarda i nostri normali limiti. Ma tutto ciò presuppone anche un cambiamento da parte delle Istituzioni e dai valori della nostra società: il nostro modo di vivere altamente prestazionale non concepisce errori, defaillances, umanità. Le prove INVALSI ci informano di questo: la creatività, la curiosità, il talento soggettivo sono sacrificati all'altare del numero, del voto, del successo. L'imperfezione deve essere eliminata, distrutta e allontanata. Vedo genitori intorno a me dolorosamente ossessionati dal voto, dalla competizione, dalla bravura, dal paragone, pericoli in cui, spesso, cado anche io. Vedo bambini stritolati nei ritmi quotidiani, riempiti ed ingozzati di attività: il tempo deve essere pieno, non ci si può annoiare. Ma è proprio la pausa, la calma riflessione, il vuoto, anche noioso, che permette al bambino di sentire ciò che vuole, di desiderare e chiedere per primo cosa desidera. Come dice Recalcati (2016) è dall'assenza che si forma il pensiero, il desiderio, la domanda. E tutto questo non vale solo per i bambini, ma anche per noi adulti. Nello specifico, per quei educatori che hanno perso la loro autenticità, la loro bussola interiore, il loro limite, diventando in tal modo, purtroppo, orchi e mostri agli occhi dei bimbi che educano, con il risultato di possibili e profondi traumi psicologici. Ma la questione è che l'orco ed il mostro, come ci insegnano le stesse fiabe, fanno parte di noi: rappresentano la nostra ombra che deve essere integrata in una personalità piena e non scissa, affinché non venga agita. Sono parti che devono essere riconosciute e non proiettate sull'altro. Non messe in atto in modo aggressivo e crudele. I bambini ci irritano perché sanno rappresentare al meglio ciò che è spontaneo, naturale, ciò che per noi è disdicevole, biasimabile: il bambino è molto a contatto con ciò che è disordinato, sporco, aggressivo. A tre anni inizia la sua esplorazione sessuale: fa domande in tal senso. Diventa curioso (Freud lo chiamava "perverso polimorfo). Al bambino, insomma, piace giocare con la propria cacca, sia realmente che simbolicamente. I bambini rappresentano ciò che noi abbiamo dimenticato di noi stessi, che abbiamo rimosso, che non possiamo accettare. Il bambino reale evoca il nostro bambino interiore, le nostre pulsioni che abbiamo civilizzato per entrare di diritto nella società. E per educare un bambino, occorre fare i conti anche con questo. Da qui, ho letto in varie parti l'invocazione di telecamere di sicurezza all'interno degli asili. Certo, sono utili, ma non credo che siano la ricetta per sconfiggere il problema. le telecamere arrivano quando il danno è stato fatto e non possono prevenirlo. Se vogliamo prendere il toro per le corna, andare a monte del problema, occorre riflettere sul ruolo educativo, su come questi rappresenti una visione dell'insegnamento che tende ad escludere la soggettività dei singoli, al loro umana unicità. Che tende ad eludere il sentimento, il desiderio, la vocazione, il supporto umano delle fragilità . Che non vuole ascoltare le difficoltà di chi educa. Ho letto anche proposte di test attitudinali per selezionare gli insegnanti. Ma mi chiedo, quanto un test è rappresentativo della vocazione di un educatore, delle sue emozioni, delle sue paure? Della sua ombra non consapevole? Delle sue emozioni? Quanto riesce a descrivere il suo inconscio? Inoltre, una valutazione psicometrica iniziale quanto può effettivamente rassicurare sull'idoneità futura dell'educatore? Se pensiamo, davvero, di essere un processo in divenire, chi mi assicura che tutto andrà per forza per il meglio? Non è forse unire a tutte queste lodevoli proposte, l'offerta di uno spazio di ascolto, di accoglienza, di esplorazione personale, continuo e costante? Perché non potenziare i servizi di supervisioni psico - educative, di analisi di stress lavoro - correlato, di sostegno del burn - out, molto presente in queste professioni? Sportelli di ascolto negli asili e nelle scuole? Perché arrivare sempre dopo e non pensare al prima, in un'ottica di promozione del benessere per l'intera collettività? Forse abbiamo dimenticato per strada la Persona, il suo essere: "... Tutto quel che sono è sufficiente, se solo riesco ad esserlo" (Rogers, 1977)

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