venerdì 5 agosto 2016

congruenza e fallibilità: il coraggio e la sfida di essere se stessi

"La relazione psicoterapeutica non deve essere un'educata conversazione o una chiacchiera da salotto, ma deve avere il carattere dell'immediatezza: lo psicoterapeuta non deve mai mentire, né cercare di compiacere o impressionare. Deve restare se stesso, il che significa che deve aver lavorato con se stesso" (Eric Fromm). Deve essere, in altri termini, autentico, senza maschere. L'autenticità o congruenza è infatti una delle condizioni necessarie e sufficienti descritte da Rogers (1957; 1962) che caratterizzano la relazione di cura e ne promuovono l'efficacia in termini di ascolto e di processo di cambiamento del cliente. E' una capacità assai complessa ed ardua, oserei dire coraggiosa, perché presuppone che lo psicoterapeuta sia in costante contatto, nel "qui e ora" della relazione con tutte le sue esperienze viscerali, emotive e cognitive che attraversano il suo organismo. Presuppone che il terapeuta non distorca i propri vissuti più autentici, anche se  possono essere percepiti come scomodi: paura, noia, rabbia, orgoglio e così via. Quando ciò non succede, per problemi o difese personali, non volendo trasmettiamo inautenticità nel professare il nostro mandato. Personalmente, mi accorgo di essere incongruente quando ho difficoltà ad accettare dentro di me, perché antitetico ai valori del mio sé ideale di perfezione, di senso del dovere, di controllo, l'emozione di paura che sento quando inizio un primo incontro con un nuovo cliente: la paura di fare brutta figura, di non essere all'altezza, di non essere sufficiente brava, di non essere scelta, insomma il non sentirmi come dovrei essere, non viene sempre accolta in me in modo accettante, non viene sempre integrata nell'insieme della mia esperienza, con il risultato di essere percepita come distante e fredda nella relazione: l'altro percepisce un atteggiamento che io pensavo di non trasmettere, ossia la mia area cieca, non sempre per me sufficientemente consapevole. E quando succede mi dispiace, perché sento di aver perso un'occasione importante per instaurare una relazione autentica con l'altro. Ma ho appreso che si può apprendere dall'errore, che ho la capacità di sintonizzarmi di nuovo su me stessa, che posso rafforzare la mia congruenza e comunicare autenticità, soprattutto in quei momenti in cui il cliente, che porta in stanza la sua storia e le sue modalità relazionali, possa "accusarmi", appunto, di essere stata troppo fredda e distante nella relazione. Queste modalità relazionali del cliente possono essere interpretate diversamente, a seconda dell'approccio di cura utilizzato, della visione della natura umana (la persona è un organismo degno di fiducia, libero e responsabile, quindi capace di scelta, di saggezza interna organismica? Ritengo che sappia valutare da solo ciò che è importante per il suo benessere e ciò che lo nuoce? Posso leggere le sue difficoltà personali e relazionali non solo come modalità difensive, resistenze, ma come una sua peculiare forma di sopravvivenza? Posso considerare il suo sintomo come un tentativo attualizzante verso la crescita? Posso accettarlo per quello che è o sento di doverlo manipolare o cambiare?) e della responsabilità del cliente e terapeuta all'interno del setting (considero il cliente responsabilmente libero nel suo processo di cambiamento? Posso permettermi di considerarlo una fonte di apprendimento per il mio lavoro, anche di eventuali miei errori o difficoltà? Un agente che ha in sé le basi della salute mentale? Posso facilitarlo nella esplorazione e comunicazione del rapporto con me? Posso permettergli di esprimere sentimenti di rabbia, di paura, di amore,senza sentirmi minacciato nel mio valore personale, dignità e stima? Posso accettare come reali le sue perplessità, i suoi dubbi, le sue emozioni e pensieri senza considerarli, tout court, proiezioni inconsce? Posso facilitarlo nell'essere davvero pienamente se stesso? O, al contrario, ho resistenze a facilitare la sua autenticità anche se questa non corrisponde ai miei valori? Posso confrontarmi con lui "da persona a persona"?). Vendendo al nostro esempio, come terapeuta posso permettermi di aprirmi a questi feed - back senza sentirmi, a mia volta, minacciata? Senza per forza doverle leggere da un punto di vista transferale, ma come sentimenti reali nel "qui e ora"? Possono essere per me una bussola per rinsaldare la mia congruenza e saperla comunicare? Posso mettermi in discussione senza svilire la mia professionalità e, soprattutto, il mio modo di essere? Posso accettarmi come sono? Posso permettermi e legittimarmi di comunicare ciò che sono realmente, compresi i miei umani limiti e difficoltà? Per dare una prima risposta a queste domande, ho appreso che, sempre che i miei rimandi siano reali, rilevanti e pronti, posso essere trasparente sulle mie fragilità, sulla mia condizione umana, sulle mie emozioni, se ne sento l'utilità, ovvero se percepisco che ciò potrebbe facilitare un processo di cambiamento nel cliente, una sua responsabilizzazione nel suo percorso, una sua implicazione nel sintomo o problematica che porta e una presa di consapevolezza del suo funzionamento. La terapia è un processo coraggioso e rischioso perché non possiamo esimerci dal metterci congruentemente in discussione, dall'essere sufficientemente autentici, accettanti ed empatici, dall'incarnare un nostro modo di essere (Rogers, 1980) unico ed irripetibile, rischiando e aprendosi agli errori, alle nostre difficoltà anche quelle che ci rimandano i nostri clienti, senza arroccarci in posizioni a loro volta difensive ed aggressive, ma apprendendo da questi e rispettandoci con benevolenza ed accettazione, anche quando sentiamo di aver fallito nella nostra congruenza, anche quando non ce ne accorgiamo subito, anche se siamo, quindi, irrimediabilmente umani, anche se il nostro sé ideale ci vorrebbe perfetti: "Io rifiuto qualsiasi pretesa organizzata e una conoscenza oggettiva dell'uomo. Conosco solo quello che ottengo con il sudore della fronte a partire dalla mia lotta personale per rimanere vivo. La psicoterapia non è una routine professionale. Il paziente è "come me". Io rifiuto il concetto di una qualsiasi frontiera personale tra noi due. O ce la faccio come persona o fallisco" (Richard Johnson)

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