lunedì 25 luglio 2016

Una Tendenza Attualizzante paralizzata ... l'ossessività

Per introdurre, da un punto di vista fenomenologico il discorso ossessivo, parto da un mito filosofico molto evocativo: il Mito della Caverna di Platone. In soldoni, sappiamo come le ombre della caverna possano essere interpretate dalla persona che le osserva in modo profondamente soggettivo. Esse, infatti, sono ambigue, per nulla nitide, bensì alla mercé degli occhi di chi le guarda. Se per il paranoico quelle ombre hanno una verità troppo definita, saturata nel loro significato (il paranoico è convinto di ciò che vede, senza possibilità di interrogazione personale), per la persona ossessiva quelle ombre non riescono ad essere focalizzate e percepite con un significato e interpretazione per lui sicure. E'come se il soggetto ossessivo, nel visualizzarle, cambiasse idea continuamente su ciò che nota, a causa di un dubbio riguardo alla scelta che lo attanaglia e che lo rende ancora più insicuro: "vedo veramente delle ombre? O sono delle statue? Oppure sono delle persone in carne ed ossa? Sono sicuro di ciò che vedo? Posso fidarmi di ciò che percepisco? Posso fidarmi della mia fiducia nella valutazione degli eventi? Posso fidarmi del mio Locus of Evalutation interno?". Il dubbio, in effetti, è il leitmotiv di questa personalità. L'ossessivo non sceglie, procrastina all'infinito, come direbbe Lacan, il proprio desiderio, aspettando la morte del Padrone. In altri termini, altra caratteristica che lo connota è la delega della propria responsabilità di scelta, lasciando spesso ad altri l'ultima parola di ciò che è giusto o sbagliato, compreso il terapeuta. E' come se davanti ad un bivio, non riuscisse a scegliere che strada intraprendere. Si sente bloccato, con una tremenda paura di rischiare e, fondamentalmente, di "perderci la faccia". Due emozioni, infatti, lo contraddistinguono: la vergogna ed il senso di colpa: "se sbaglio, lo sguardo dell'altro mi ucciderà". Il timore di essere esposto alla pubblica gogna, fa sì che la persona non rischi, percependo, allo stesso tempo, che l'errore, fonte inesauribile di apprendimento, venga prevenuto a tutti i costi. I meccanismi di intellettualizzazione, di moralizzazione, di isolamento affettivo e di annullamento hanno questo scopo: tenere lontani dalla coscienza le proprie parti imperfette, le sue emozioni scomode di rabbia, i propri vissuti di aggressività sepolti, considerati licenziosi ed inaccettabili. Perciò, la persona ossessiva tende, per prima, a moralizzare e biasimare l'errore altrui, perché questo gli ricorda ciò che lui, per primo, aborrisce: la sua fragilità ed imperfezione profondamente umane. Da un punto di vista familiare, sovente, queste persone provengono da ambienti familiari che hanno castrato la loro Tendenza Attualizzante, che hanno mortificato la loro fiducia organismica: non solo ambienti rigidi, freddi, colpevolizzanti e biasimanti l'imperfezione, ma anche altamente intrusivi, controllanti per ciò che concerne i bisogni primari e le emozioni del bambino: ad esempio, bambini che sono stati manipolati nella loro corporeità (alimentazione, controllo sfinterico, igiene personale, scoperta della sessualità); bambini a cui è stato dato il messaggio che le loro emozioni sono inaccettabili e destabilizzanti l'equilibrio familiare. Bambini che, allora, non hanno potuto sperimentare una sana autonomia nella loro crescita. Per essere equilibratamente autonomi, infatti, il bambino necessita di uno spazio di esperienza tale che comporti anche il poter sporcarsi, il poter arrabbiarsi, il poter dire "no!", il poter inciampare ed apprendere dal dolore: solo così può iniziare ad avere fiducia in ciò che prova, senza timore di fare una figuraccia e di perdere l'amore genitoriale. Se vogliamo utilizzare un'altra metafora per descrivere la Tendenza Attualizzante della personalità ossessiva, possiamo immaginare il mare come l'ambiente circostante, la barca come la sua esistenza ed il timone come la sua bussola interna, che dirige la nave. Nell'ossessività, la barca, pur essendo equipaggiata nel migliore dei modi per affrontare le tempeste della vita, non riesce a partire: il capitano non riesce a prendere il largo, a mettere in moto il timone. Il mare ogni giorno ha qualcosa che non convince (ecco il dubbio). Inoltre, l'ancora è ancora incagliata nel molo. Ed è qui la questione: l'ancora sott'acqua, incagliata, può rappresentare la tendenza attualizzante della persona, paralizzata per paura. Perché se mai, un giorno, l'ancora dovesse disincagliarsi, la barca potrebbe perdere il controllo. E questa è uno dei più grandi timore del soggetto ossessivo. Il suo vero sé, l'autenticità devono essere distorti, affinché questi
possa mantenere un certo grado di coerenza interna per sopravvivere, per non sentire vissuti destabilizzanti, per non percepirsi impacciato, fragile ed insicuro. Allora, assistiamo ad un'ipertrofia del sé ideale: l'ossessivo anela alla perfezione, ad un mare perennemente calmo. Ma che, ahimè, non esiste.

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