lunedì 25 luglio 2016

Depressione... quando l'indegnità prende il sopravvento

Si parla tanto di depressione, dei suoi sintomi clinici, dei sintomi, dell'eziologia, del decorso... Ma io, oggi, mi voglio soffermare su una sua peculiare caratteristica, di un vissuto che definisco atroce nello sperimentarlo. Ovvero, l'indegnità. Chi soffre di depressione lamenta, spesso, il fatto di non sentirsi meritevole, di non essere, appunto, degno di essere felice, di provare piacere. Credo che un concetto molto vicino a questo sia quello della "sindrome dell'impostore", ossia di quella condizione per cui la persona ha davvero una difficoltà esistenziale ad appropriarsi dei propri risultati: se qualcosa funziona è sempre merito di qualcun altro. E l'aspetto terribile, al contrario, è che se qualcosa va storto, la colpa è sempre la nostra. Ma da cosa può nascere tutto ciò?  Come ci ricorda Nancy Mc Williams, la persona depressa, è colei che ha sperimentato una perdita precoce, un lutto non risolto che non sempre è stato reale, ma vissuto da un punto di vista fantasmatico. Ad esempio, un bambino che ha sperimentato troppo presto la separazione, attraverso messaggi troppo precoci di autonomia. Un bambino, magari, lasciato troppo solo nella propria disperazione, nel proprio pianto, con le braccia inutilmente protesse ad un Altro che non è disponibile. Da qui, in soldoni, l'indegnità è il sentirsi immeritevoli di autentico, accettante ed empatico amore. Il depresso è come se si ponesse, attraverso il suo costante lamento, nella posizione di quel bambino che cerca in tutti i modi di attirare l'attenzione su di sé, di avere quelle cure che non ha ricevuto da piccolo. Ma l'aspetto più doloroso e paradossale è che questo meccanismo, sovente inconscio, non produce i risultati sperati di vicinanza, in quanto la  sua ricerca d'amore è una ricerca insaziabile, infantile e non adulta, perpetrando, in tal modo, un circolo vizioso, una profezia che si auto avvera, caratterizzati da ricerca estenuante di vicinanza - rifiuto - sentimento di indegnità. "Se l'altro non mi vuole, non mi cerca, non mi dà, significa che sono indegno": questo sembra essere il costrutto rigido della persona depressa. Da qui, un obiettivo del lavoro terapeutico, dovrebbe essere quello che Lowen definisce "accettazione della realtà": in altri termini, il cliente con depressione, attraverso una relazione profondamente rispettosa dei suoi vissuti, dovrebbe iniziare un profondo e faticoso lavoro di accettazione del suo dolore, del suo lutto non risolto, come ci ricorda anche Freud, del fatto che sta ricercando con la sua astenia, con la sua immobilità, quell'amore tanto aspirato. Dovrebbe apprendere che l'amore adulto è tale perché è un dare e ricevere, una danza reciproca di dititti e doveri. Da qui, sta anche a lui ad apprendere che anche l'altro ha sue necessità e bisogni da soddisfare, ha diritto ad essere ascoltato e di porre scelte che non sempre sono comatibili con le nostre. Comprendere, allora, che gli esseri umani sono davvero dissimili tra loro, che sono entità vicine ma anche separate. In tal senso, la lamentela dovrebbe evnire sstituita dal riappropriarsi del proprio potere personale di scelta, dall' essere proattivo ed assertivo nelle proprie richieste, dalla percezione di essere degno di amore e di profonda fiducia. Che l'amore passa prima da se stessi e che nessuno ha il potere di sanificare una ferita così antica, tranne che lui stesso. Ed, inoltre, non da ultimo esplorare, elaborare ed integrare tutti quei sentimenti di rabbia, ostilità, odio, per lo più inconsci, verso l'altro che lo ha privato di importanti radici di sicurezza, di protezione, di amore e di accettazione, al fine di ammansire l'atroce senso di colpa che prova per se stesso. Insomma, costruirsi quelle radici esistenziali, di cui non ha potuto godere quando era piccolo

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