domenica 31 luglio 2016

Comunicazione e conflitto: la complessità delle e nelle relazioni

La comunicazione è un atto profondamente intenzionale: vogliamo trasmettere, consciamente o meno, qualcosa di noi. Da qui, siamo così sicuri di essere consapevoli di come comunichiamo? Scrivo questo, perché se la comunicazione fosse davvero un processo autentico o congruente, difficilmente entreremmo in conflitto con noi stessi e con gli altri. L'atto comunicativo  infatti, nasce, in primis dentro di noi, attraverso la costruzione de nostri costrutti, della nostra valutazione degli eventi, dai nostri valori, emozioni, dai nostri giudizi. Ogni atto comunicativo, insomma, non è solo l'insieme delle parole che lo compongono, ma è intrinsecamente legato alla nostra sfera emotiva, non sempre correttamente simbolizzata ed integrata. In tal senso, la finestra di Johari (Luft. Ingham, 1955) ci informa come l'essere umano, quando comunica, non mostra solo la propria area pubblica (ciò che è visibile agli altri ed a sé stesso), bensì la propria area cieca (le parti di noi visibili agli altri, ma di cui noi non siamo coscienti). In altre parole, nell'atto comunicativo occorre distinguere:
- ciò che intendiamo comunicare e ciò che l'altro percepisce di noi, che non volevamo, al contrario trasmettere;
- ciò che vogliamo comunicare ma che l'altro non comprende, come ad esempio messaggi troppo complessi, o l'utilizzo di un linguaggio troppo elaborato.
Per ciò che riguarda il primo aspetto, occorre sottolineare come, sovente, i conflitti relazionali nascano da incomprensioni legate alla non autenticità o incongruenza del messaggio: ad esempio, se siamo arrabbiati e vogliamo trasmettere il nostro disagio, può capitare che diventiamo aggressivi ed accusatori nei confronti dell'altra persona, poiché abbiamo difficoltà ad accettare e comunicare l'aspetto emotivo (rabbia) in termini assertivi ed in modo consapevole. In soldoni, invece di ascoltare il nostro legittimo bisogno di sentire rabbia, la agiamo, la proiettiamo sull'altro, colorando in tal modo il contenuto verbale di giudizio e biasimo. Invece di comunicare in prima persona (il messaggio in prima persona, Gordon, 2005), "Sono arrabbiato, perché...), accusiamo l'altro con un messaggio del tipo: "Mi fai arrabbiare.... Sei sempre il solito...), senza prenderci la responsabilità del nostro sentimento, ma attribuendo all'altro la causa del nostro malessere o, al contrario, del nostro benessere. Per di più, questo meccanismo fa sì che l'altro si difenda ancora i più, perché ferito ed accusato a sua volta, facendo entrare la comunicazione in un circolo vizioso, trasformandola in un esacerbante e doloroso conflitto. Ciò non significa che non ci siano effettive situazioni in cui potremmo sentirci defraudati, accusati, biasimati e non ripettati. Ma la questione è: cosa effettivamente comunichiamo? Se ci sentiamo feriti, possiamo legittimarci questo sentimento? Possiamo noi, per primi, in modo responsabile e libero, porre dei sani limiti all'atro, quando sentiamo di essere colpiti? Possiamo permetterci un congruente messaggio in prima persona, in modo assertivo e congruente? Possiamo essere noi gli artefici del nostro cambiamento, quando sentiamo qualcosa che non va nella relazione, attraverso una comunicazione autentica, rispettosa di sé e dell'altro, accettante ed empatica? Possiamo sostare nel conflitto, senza collassare o attaccare? Siamo persone profondamente umane, fragili, con ferite sopite e magari ancora non curate che, inevitabilmente, incidono nella nostra intenzionalità comunicativa e, quindi, nella sfera relazionale. Si aggiunga il fatto che, la nostra area cieca è intrisa di bisogni relazionali non soddisfatti, non sempre, quindi, consapevoli. Nell'esempio di cui sopra, quando ci arrabbiamo e tendiamo a biasimare l'altro, forse proiettiamo in lui il nostro bisogno di essere confortati, curati, protetti e capiti, senza però passare prima da noi stessi: se  non ho a cuore, per primo, la qualità della relazione con me stesso, il mio bene, difficilmente lo potrà fare qualcun altro al posto mio. La cura di noi passa anche dalla cura delle parole: ci siamo mai chiesti in che termini ci descriviamo? Siamo empatici, benevoli o ci biasimiamo e giudichiamo? Quanto comunichiamo della nostra accettazione ed autenticità emotiva? Ne abbiamo paura? Inoltre, ci accorgiamo che non sempre il nostro messaggio è funzionale affinché l'altro ci ascolti apertamente? Siamo aperti ad un confronto o riteniamo che l'altro debba darci ragione? Siamo rispettosi nell'ascolto? Riusciamo a cogliere anche il suo punto di vista?
Vogliamo davvero ascoltare o diamo molto per scontato? Siamo consapevoli che anche l'altro ha i suoi bisogni, i suoi limiti e tempi? Riflessioni che reputo importanti quando vogliamo entrare in un relazione autentica ed umana con l'altro.
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