domenica 7 aprile 2013

Il senso del mio lavoro, ovvero della mia vocazione


Mi ritengo fortunata: penso di fare, a torto o a ragione, il lavoro più bello del mondo: la psicologa. Ascoltare, immedesimarmi nelle persone, accogliere la loro vita nelle mie mani. E’ vero: comporta una grande responsabilità, ma allo stesso tempo, un grande privilegio. E così ascoltando e vivendo sia il dolore dei miei clienti, sia il mio (anche noi psicologi soffriamo, per chi non lo sapesse), ho maturato la mia teoria sul ruolo che ha la sofferenza nelle nostre esistenze: la vita, ahimè, non sempre ci offre serenità e gioia, ma anche momenti dolorosi che sembrano annientarci; scelte difficili, talmente grandi che sembra ci spacchino il cuore, ma da cui possiamo imparare moltissimo, per vivere con dignità. Come affrontare questi avvenimenti? Spesso, la nostra mente, così brava ad ingannarci, ci suggerisce, attraverso costrutti disfunzionali, che siamo perseguitati dalla sfortuna o che se avessimo agito diversamente, non ci sarebbe successo nulla di così dolorosamente stravolgente: “Ah!! Se fossi stata più attenta!!, Ah! Se non mi fossi fidata….e così via. E, senza rendercene conto, continuiamo a soffrire imperituri, legati e condizionati dal nostro passato come se, magicamente, potessimo tornare indietro. Razionalmente sappiamo che non è così, ma emotivamente ci tormentiamo, ci accusiamo: arriviamo, addirittura, ad odiarci, perdendo così di vista il nostro presente e la nostra vita. Odiarsi invece di essere compassionevoli con coi stessi. Avete mai pensato, infatti, perché avete scelto una strada al posto di un’altra? Quali motivi o bisogni, in quei momenti, vi hanno spinto a fare una determinata azione piuttosto che un’altra? Vi siete fermati a riflettere su questo invece di flagellarvi e punirvi in modo sadico? Se ho imparato una cosa importante dall'esperienza è che, nostro malgrado, c’è sempre un perché nelle nostre azioni. Esiste sempre un senso profondo in ciò che facciamo e, da ultimo e non meno importante, lo abbiamo scelto noi, nel bene e nel male. Forse è questo l’aspetto che fa più paura: essere consapevoli che siamo noi i primi agenti di scelta, i fautori della nostra vita. Siamo persone responsabili, anche se, nel nostro cammino, abbiamo incontrato persone che non ci hanno capito o che non ci hanno offerto quel calore di cui avevamo bisogno per crescere. La sofferenza è l’aspetto più duro da sopportare ma, allo stesso tempo l’ingrediente fondamentale per ritrovare noi stessi, per crescere ed auto realizzarsi. Attenzione: questo non è un inno al masochismo, al gusto della sofferenza. Sto parlando della capacità di attraversare il nostro dolore, apprendere dagli errori per maturare e rafforzarsi, perdonarsi per vivere pienamente l'esistenza. Perché, per quanti sforzi facciamo, il dolore non si può eliminare, ma lo si può accogliere, attraversare, trasformare, renderlo linfa vitale per la nostra creatività, per la nostra vita, senza piegarci in modo passivo ad esso, senza rimuginare su di esso tutta la vita. Essere compassionevoli con se stessi e con gli altri, per trovare la propria pace. Personalmente ne so qualche cosa: ho attraversato momenti molto dolorosi nella mia vita. Ma sono qui e lo sto scrivendo, narrando, sto mettendo in riga la mia sofferenza. Sto creando. E, cosa più importante, sono diventata mamma di una bellissima bambina. E’ questo che voglio dire: nessuno cancellerà il mio dolore. Ma vivo e lotto, responsabile della mia vita, di come voglio continuare a viverla, senza negare la mia fragilità: so che, talvolta, il mio trauma si riattiverà con tutta l’angoscia che comporta. Ma il vedere ed accettare che queste cose possano riaccadere mi dà forza nell'affrontarle, perché non le nego. Sono consapevole. E questo è potuto avvenire nel momento in cui ho voluto essere pienamente responsabile della mia vita: sono andata in terapia per curare la mia anima profondamente ferita, affinché potessi apprendere, dalla mia stessa esperienza, dalla mia discesa agli inferi, come sostenere e facilitare i miei clienti nel loro processo di cambiamento. Il mio dolore come mezzo per accogliere quello altrui.

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