venerdì 3 gennaio 2020

Il tempo della solitudine: fenomenologia rogersiana della depressione

Miller, noto psicoanalista, sostiene che "il tempo nutre senza sosta sia l'inquietudine che la nostalgia, l'inquietudine di ciò che sarà, la nostalgia di ciò che è stato" (in La Psicoanalisi, n. 37, Astrolabio, p.42).
Se volessimo trasporre questo concetto psicoanalitico in una visione fenomenica, potremmo notare, infatti, quanto la temporalità sia, probabilmente, la condizione che attanaglia maggiormente la Persona: è ciò che mostra, ad esempio, il soggetto depresso quando narra con struggente tristezza i suoi ricordi di un passato che fagocita un presente statico, congelato in uno stato di shock emotivo.
Ma il tempo intrappola anche l'ansioso, così proiettato in un futuro prossimo, in una tensione o stato di incongruenza (Rogers, 1957) pervasiva che annulla ogni possibilità di serenità, di tranquilllità di riposo: i pensieri, in entrambi i casi, soverchiano e sopraffanno un equilibrio esistenziale precario; affollano le menti, in modo ricorsivo senza tregua: che sia per un rimpianto, un rimorso, piuttosto che per una paura futura, il tempo non dà tregua. Infligge pena, prosciuga le forze, annulla i desideri...
Da un punto di vista Rogersiano, soffrire di depressione significa non riuscire a sentire, da un punto di vista organismico (Rogers, 1951), la propria fiducia interiore, la spinta della Tendenza Attualizzante (Rogers, 1980), che sembra essersi arrestata. Ellen West (in Rogers, 1980), il famoso "caso" seguito da Binswanger e ripreso, come riflessione clinica, da Rogers, è l'epifenomeno della melanconia, della solitudine esistenziale, intesa come "l'estraniamento dell'uomo da sé stesso, dalle esperienze del suo organismo" (Rogers, 1980), che crea una sofferente divisione del proprio Sé tra quello organismico, quello più vero e spontaneo, e quello conscio che si aggrappa follemente e rigidamente ad un altro (ibidem), perché è solo così che ha imparato ad avere amore e ad essere accettato.
La depressione, allora, come ci insegna Ellen è un sacrificio della propria vitalità, della propria autenticità, a favore di un "amore" del passato (ed è qui che si incaglia il vissuto nostalgico) posticcio, abitudinario, ma l'unico che si conosce.
Soffrire di depressione, allora, è distorcere tutte quelle emozioni salvifiche, che ci potrebbero permettere una risalita, un vivere appieno il presente, come la sana rabbia, integrata cognitivamente alla coscienza, assertiva, limitante e confontante. 
Se volessimo, allora, utilizzare una metafora fiabesca, ci torna utile la figura di Bella (Belinda e il Mostro, in Faibe Italiane , a cura di, Italo Calvino), che, per accontentare a tutti i costi la sua famiglia, mette a tacere il suo animo "ribelle e rivoluzionario", antropoformizzato dalle "sorelle indolenti", che rappresentano, non troppo velatamente", le nostre ombre, i nostri lati vulnerabili e fragili, i nostri vissuti rancorosi, le nostre ferite non curate, il nostro Lupo interiore: tutti aspetti che, se non correttamente simbolizzati (Rogers, 1951), rischiano inevitabilmente di farci perdere la nostra Bussola Interiore (ibidem). Ciò che, in metafora, rischia Bella: nel non prendere coscienza del proprio tumulto interiore, dei propri desideri, degli avvertimenti della Bestia - che poi, così Bestia non è - la nostra Protagonista mette a repentaglio il suo futuro, simboleggiato dall'anello (Carubbi, 2018), che più di una volta viene dimenticato. 
Ecco, allora che cos'è la depressione rogersiana: un anello lasciato in un angolo, perso chissà dove. La propria esistenza smarrita in un passato ricorsivo ed estenuante; una ricerca senza fiato nel vano tentativo di ricucire uno strappo, uno smacco esistenziale. Il non accorgersi che la Vita Piena (Rogers, 1961) è nel qui e ora, con i suoi inevitabili alti e bassi emotivi (ibidem), le sue contraddizioni, ambivalenze. Con l'accettazione non solo della propria vulnerabilità, bensì dei propri desideri