martedì 11 dicembre 2018

Il prima e il dopo

Sono qui...A riflettere, in punta di piedi, su ciò che è successo in quella maledetta notte del 7 dicembre. Eh, sì, perché la sfida è proprio questa: cercare di pensare, di trovare un appiglio per darsi una spiegazione. Sempre che si riesca a farlo. In quella calca c'era qualcuno per me a dir poco importante e speciale: mi sono ritrovata catapultata dall'altra parte. E non si sta affatto bene e comodi. Sono stata psicologa dell'emergenza per circa cinque anni; credevo, ingenuamente, che le tragedie mi dovessero riguardare solo come professionista. Ma mi sbagliavo...E alla grande. Questa persona a me cara, fortunatamente, è sopravvissuta. Non si sa come, né il perché. Ma l'ho potuta abbracciare. Il destino ci ha graziati. Non si sa come, né il perché. Ma ho potuto sentire ancora una volta il profumo dei suoi capelli; ho avuto il privilegio di parlarle, ascoltarla e vederla mangiare, tremante e scioccata, un piatto di tortellini, alle quattro e mezza di pomeriggio. E, mentre stavo lì seduta, un pezzo del mio cuore piangeva, perché era cosciente che sei persone non avrebbero potuto mangiare da quel piatto; che i loro parenti non avrebbero avuto più l'occasione di vedere i loro occhi, toccare la loro pelle e stringere le loro braccia. Mi sono sentita in colpa per tutto questo. So che, per deformazione personale, tutte queste emozioni sopraffacenti sono normali: "reazioni normali a situazioni anormali"...Perché è davvero così, soprattutto quando ti metti nei panni della vittima e dei suoi familiari: non ti sembra normale più niente. Ti senti stritolato in un limbo, tra il prima e il dopo. In quella che noi psicologi chiamiamo, con un termine, un po' brutto se vogliamo, "derealizzazione", che non è altro che il sentirsi in uno stato ovattato, in una dimensione spazio - temporale congelata. Ci si sente spezzati, increduli, affranti, impauriti, arrabbiati. Traumatizzati. Le tragedie hanno questo potere: di frantumare, in un colpo solo, le proprie certezze; di dare uno schiaffo alla propria illusione di controllo; di modificare irrimediabilmente la propria routine, le proprie progettualità. Il dolore e l'impotenza sono profondi e laceranti. Tutto si ferma. Come sopravvivere, allora? Viktor Frankl, grande psicologo del '900, sopravvissuto a lunghi anni di prigioia nei Lager nazisti, parlava di sopra - vivenza, ovvero di poter vivere sopra il dolore; di poter, seppur con fatica,  sia di dare un senso a ciò che è successo, nonché di trovare un significato, unico, soggettivo e irripetibile, per la propria esistenza.
Insomma, l'emergenza può arrestare la nostra direzione esistenziale, la nostra Tendenza Attualizzante (1951). Non può essere altrimenti. Non si può essere fintamente resilienti. Non si può sopra - vivere se non si dà voce al proprio dolore, se non si maledice tutto ciò che ci circonda, se non si può accedere ai propri abissi interiori; se non si accetta, come ci insegna Eugenio Borgna, che l'anima non può guarire del tutto. Non sarebbe realistico, né tanto meno possibile. Il dopo è un po' questo: cercare di ripartire dalla propria paralisi di dolore, davvero pian, piano, fino a quanto il nostro organismo ce lo permette. Seguendo i nostri tempi. Con amore.

© Francesca Carubbi. Tutti i diritti riservati

Dott.ssa Francesca Carubbi
psicologa - psicoterapeuta
www.psicologafano.com