lunedì 18 giugno 2018

Psicoterapia, odio e gratitudine.

Questo tema mi è venuto in mente, così, in modo intuitivo ed autentico... Congruente per il fatto che parla anche di me, di me come terapeuta, in modo unico, soggettivo ed irripetibile. Unicità che è potuta emergere solo grazie alla mia psicoterapia personale, che  mi ha permesso, con molta fatica e con profondo impegno, di provare la gioia della gratitudine.
Credo che "grazie" sia una delle parole più belle mai inventate. Una parola il cui significato appare scontato e, talvolta, privo di significato o banalizzato. Spesso sostituito con moti di rancore, di sfida e odio. Ma in soldoni come può essere letto il sentimento della gratitudine in psicoterapia?
La gratitudine si configura in una maggiore accettazione di sé e dell'Altro, come essere unico ed irripetibile (Rogers, 1957): è poter amare ed essere amati. Questa può nascere solo dall'integrazione, all'interno del nostro Sé (Rogers, 1951), di tutti quegli aspetti che percepiamo in modo distorto e che proiettiamo nel mondo esterno. Per fare una esempio concreto, il cliente giunge in psicoterapia con profondi vissuti di ingiustizia, di rabbia, tristezza, odio, spesso connotati da aspettative di "risarcimento" da parte di un modo percepito crudele ed egoista. Siamo in quella fase in cui il cliente tende a vedere l'Altro il fautore dei suoi mali a scapito di una sua responsabilizzazione nel proprio processo di cambiamento: da un punto di vista rogersiano essere responsabili significa porsi in un ascolto autentico e profondo di se stessi e ciò può avvenire solo attraverso la progressiva messa in discussione dei valori, costrutti e sentimenti, costruzione della realtà e modalità di risoluzione dei problemi che, pur essendo percepiti e vissuti come propri, sono stati introiettati dall'ambiente circostante e non simbolizzati correttamente (Rogers, 1951). Per divenire creatori della propria Tendenza Attualizzante (Rogers, 1951; 1980), il cliente necessita di riscoprire la fiducia nel proprio Organismo (locus of evaluation interno), nella propria costruzione della realtà (Rogers, 1980), anche se ciò provoca naturalmente paura, confusione ed iniziale sfiducia (ibidem). Ma solo attraverso un lavoro di lutto, come ci ricorda anche M. Klein (1957), di legittima cura del proprio cuore sanguinante, il cliente può sentire gratitudine, perché essa nasce dall'unione dei contrapposti, di quelle parti più paurose, estranee: solo facendo i conti con lo Straniero che è in noi, prendendoci la responsabilità della sua esistenza, potremmo direzionare la nostra vita in modo creativo, vitale e non più mortifero, proiettivo e livoroso.
Come ci ricorda Rogers (1980), l'unico individuo che non può essere aiutato è quello che getta la colpa sugli altri.