lunedì 22 gennaio 2018

La congruenza del terapeuta come autoregolazione nel setting

Una delle condizioni necessarie e sufficienti (Rogers, 1957) descritte da Rogers e che appartengono alla figura dello psicoterapeuta è la congruenza o autenticità. Ma, in soldoni, cosa intendiamo quando parliamo di ciò? Una spiegazione esauriente ce la fornisce lo stesso Autore (Rogers, 1957, pag. 54): "la terza condizione prevede che il terapeuta sia, nell'ambito della relazione, autentico e ben integrato...Non assume, perciò, in nessun caso, consciamente o inconsciamente, atteggiamenti di circostanza". In tal senso, è doveroso aggiungere una specificazione importante, affinché non si cada in visioni irrealistiche riguardo alla capacità di simbolizzazione corretta, da parte del terapeuta: "Non è necessario, né sarebbe possibile, che il terapeuta si mantenga sempre a questo livello di integrazione e di completezza. E' sufficiente che sia fedelmente se stesso nel corso del colloquio" (ibidem). Ciò presuppone che lo psicoterapeuta non neghi alla sua esperienza viscerale la complessa gamma di sentimenti che possono emergere durante le sedute. Soprattutto, quelli considerati più scomodi, come un possibile vissuto di rabbia e di paura verso un determinato cliente. In tal senso, qualcuno potrebbe storcere il naso e pensare: "significa che il terapeuta debba dire senza filtri quello che gli passa per la testa, o meglio, per la sua pancia?" Non scherziamo! Non si tratta sicuramente di questo. Anzi! Un aspetto imprescindibile della congruenza rogersiana è la capacità del terapeuta di autoregolazione. Autoregolazione che può esistere solo se riesco ad essere ciò che sono (Rogers, 1961), senza maschere e finzioni, ma in primis con me stesso. Per fare un esempio concreto: se sento paura verso un cliente, la mancanza di congruenza o di corretta simbolizzazione metterebbe in moto, probabilmente, dei comportamenti di non autenticità: nonostante mi senta preoccupato, "faccio finta" che tutto vada bene. Cosa produce, però, tutto questo? Innanzitutto, non riuscirei ad ascoltare in modo empatico l'altra persona, perché la mia attenzione sarebbe concentrata sulla mia paura, non correttamente simbolizzata: potrei provare, da qui, profonda angoscia senza riuscire ad individuare il vero motivo. Perderei di accettazione. In altri termini, si metterebbe in moto un pericoloso "Falso sé" del terapeuta. La paura di sbagliare, di non essere adeguato, e, attenzione, aspetto più subdolo, di non soddisfare il cliente o salvarlo. In tal senso, la congruenza è un aspetto fondamentale di regolazione della propria spinta narcisistica all'interno della relazione di aiuto. Nello specifico (Borgioni, 2007; 2016; Carubbi, 2012), non dobbiamo mai smettere di interrogarci su cosa ci spinge nel curare chi chiede il nostro aiuto, e, di conseguenza, occorre chiedersi se, invece di un ascolto dell'altro, stiamo ascoltando solo noi stessi ed i nostri bisogni narcisistici. Ciò non significa che il terapeuta non debba godere di sana autostima o non sentirsi adeguatamente gratificato dalla sua professione: sto parlando, al contrario, del pericolo di soddisfare i nostri bisogni, le nostre insicurezze, le nostre ferite non risolte attraverso il cliente, e non fuori dalla stanza di psicoterapia (anche -cosa, quest'ultima, davvero auspicabile - attraverso la nostra terapia personale e costanti supervisioni), violando ed inquinando, in tal modo, il setting terapeutico. Scopo della terapia non è soddisfare, salvare, tranquillizzare o rassicurare il cliente. Non è avere aspettative su di lui. Ed il cliente non deve lavorare su di sé per soddisfare le nostre. In tal senso, mi sovviene una bellissima frase di Perls: "Io non sono in questo mondo per vivere secondo le aspettative degli altri, e nemmeno credo che il mondo debba vivere secondo le mie.” Ciò che noi dobbiamo offrire, in modo etico, è, come ci ha insegnato Alberto Zucconi, un setting sicuro dove il cliente possa sentire liberamente responsabile di esplorarsi, senza il timore che qualcuno possa biasimare i suoi vissuti, sostituirsi ad esso, scegliendo cosa è meglio per lui, ed invadere i suoi confini. E la congruenza mira a ciò.
immagine dal web

mercoledì 10 gennaio 2018

Sostenere che sostiene: caregiving familiare e percorsi di cura

Il caregiving, ossia il prendersi cura, è un tema molto attuale oggigiorno. In data 27 dicembre u.s. è stata approvata la Legge n. 205, al cui interno è definita e sancita la figura del caregiver familiare non professionale. Così cita la suddetta Legge, pubblicata in Gazzetta Ufficiale (n. 302 del 29/12/2017 - S. O. n. 62): "si definisce caregiver familiare la persona che assiste e si prende cura del coniuge, dell'altra parte dell'unione civile tra persone dello stesso sesso o del convivente di fatto ai sensi della della Legge 20 maggio 2016, n. 76, di un familiare e di un affine entro il secondo grado, ovvero, nei soli casi indicati dall'articolo 33, comma 3, della legge 5 febbraio 1992, n. 104, di un familiare entro il terzo grado che, a causa di malattia, infermità o disabilità, anche croniche e degenerative, non sia autosufficiente e in grado di prendersi cura di sé, sia riconosciuto invalido in quanto bisognoso di assistenza globale e continua di lunga durata ai sensi dell'articolo 3, comma 3, della legge 5 febbraio 1992, n. 104, o sia titolare di indennità di accompagnamento, ai sensi della legge 11 febbraio 1980, n. 18". Questa Legge ha un valore importante, in quanto non solo valorizza da un punto di vista economico (è previsto un Fondo come copertura finanziaria dal 2018 al 2020 per interventi legislativi per il riconoscimento della figura del caregiver familiare) il caregiver, ma ne riconosce il suo importante ruolo sociale. Viene evidenziato, in altri termini, il suo fondamentale, faticoso ed oneroso ruolo supportivo, spesso svolto in silenzio ed in solitudine. Il caregiver familiare, infatti, supporta e sostiene sulle sue spalle un fardello di cura ed assistenza (Burden), la cui conseguenza è, sovente, un vissuto di impotenza, tristezza, rabbia. Un'angoscia annichilente e sopraffacente che sembra non aver spazi di elaborazione ed ascolto. Quello che viene definito Burned o "corto circuito" mentale e corporeo, configurandosi in un vero e proprio stress da assistenza. Il caregiver familiare stritolato tra i diversi impegni quotidiani di assistenza, per sensi di colpa e di inadeguatezza, tende a dimenticarsi di sé, del proprio benessere bio - psico - sociale. Da qui, diversi studi ci informano come le tipiche manifestazioni dello stress di assistenza siano depressione, ansia e conflitti familiari, per arrivare a vivere la quotidianità in un costante stato di urgenza. Le implicazioni di perdita di salute divengono rilevanti: uno Studio pubblicato nel 2017 all'interno del Journal of the American Geriatric Society ha evidenziato un collegamento tra lo stress da assistenza del caregiver familiare e suoi ricoveri d'emergenza in Pronto Soccorso (fonte: goodtherapy.org).
Alla luce di tutto ciò, appare fondamentale sostenere, da un punto di vista psico - sociale, il caregiver, non solo da un punto di vista di cura, ossia di riduzione degli effetti iatrogeni dello stress (prevenzione selettiva ed indicata), bensì in un'ottica di promozione del Benessere (prevenzione universale), dove il caregiver familiare diviene il primo agente di cambiamento del suo stile di vita (Zucconi, Howell, 2003) e del miglioramento del suo stato di salute (WHO - Carta di Ottawa, 1986), grazie alla facilitazione del suo empowement personale, delle sue strategie di coping e di hardiness. Ma tutto questo può avvenire solo da una facilitazione della congruenza o corretta simbolizzazione (Rogers, 1957) della sua esperienza emotivo - corporea. Lo stress da assistenza, in tal senso, non permette l'ascolto autentico dei propri vissuti, del proprio vero sé. E' come se il caregiver vivesse e si comportasse come un Falso Sè: per non sentire la paura, le proprie mancanze, l'impotenza, la trsistezza, la rabbia si trincera in una falsa autosufficienza e destrezza, che spesso si trasformano in forme di onnipotenza illusoria. Il caregiver familiare non può permettersi l'elaborazione del Lutto, della perdita derivante dalla malattia. Non può permettersi la paura rispetto al futuro. La rabbia, rispetto al senso di ingiustizia e delle continue richieste. Il caregiver, inoltre, non può permettersi di porre sani limiti a sé ed all'altro che assiste: significherebbe essere egoisti. Da qui, mi sovviene quanto, in accordo al mio paradigma, lo stesso Rogers si trovò a divenire un caregiver per sua moglie Helen: la sua esperienza è descritta in modo toccante e profondamente umano nel suo libro "A way of Being" del 1980: qui troviamo un Rogers (il cui esempio è utilizzato, da me, nelle mie formazioni ai caregivers) autentico, soprattutto in quegli aspetti più scomodi che riguardano la cura ed assistenza. L'Autore, infatti, descrive il suo sentirsi talvolta controllato ed imprigionato in un ruolo per lui difficile da sostenere. Ma proprio la corretta simbolizzazione del suo sentire, della sua sopraffazione gli ha permesso di accettarsi, di volersi bene e ritrovare un amore, forse sopito, verso la sua amata moglie. Da qui, in un'ottica rogersiana, il sostegno e/o la cura del caregiver familiare, individuale e di gruppo, grazie alle condizioni necessarie e sufficienti, quali congruenza, empatia e accettazione positiva incondizionata (Rogers, 1957; 1962), ha le seguenti finalità:
- facilitazione della corretta simbolizzazione dei vissuti emotivi legati alla cura ed assistenza;
- supporto e gestione dello stress da assistenza;
- facilitazione di uno stile di comunicazione e relazione efficaci e funzionali
all'interno delle dinamiche familiari;
- facilitazione dell'utilizzo di strategie di coping e di hardiness (come ad es. la delega delle incombenze quotidiane ed il chiedere aiuto nei momenti di difficoltà).