martedì 11 dicembre 2018

Il prima e il dopo

Sono qui...A riflettere, in punta di piedi, su ciò che è successo in quella maledetta notte del 7 dicembre. Eh, sì, perché la sfida è proprio questa: cercare di pensare, di trovare un appiglio per darsi una spiegazione. Sempre che si riesca a farlo. In quella calca c'era qualcuno per me a dir poco importante e speciale: mi sono ritrovata catapultata dall'altra parte. E non si sta affatto bene e comodi. Sono stata psicologa dell'emergenza per circa cinque anni; credevo, ingenuamente, che le tragedie mi dovessero riguardare solo come professionista. Ma mi sbagliavo...E alla grande. Questa persona a me cara, fortunatamente, è sopravvissuta. Non si sa come, né il perché. Ma l'ho potuta abbracciare. Il destino ci ha graziati. Non si sa come, né il perché. Ma ho potuto sentire ancora una volta il profumo dei suoi capelli; ho avuto il privilegio di parlarle, ascoltarla e vederla mangiare, tremante e scioccata, un piatto di tortellini, alle quattro e mezza di pomeriggio. E, mentre stavo lì seduta, un pezzo del mio cuore piangeva, perché era cosciente che sei persone non avrebbero potuto mangiare da quel piatto; che i loro parenti non avrebbero avuto più l'occasione di vedere i loro occhi, toccare la loro pelle e stringere le loro braccia. Mi sono sentita in colpa per tutto questo. So che, per deformazione personale, tutte queste emozioni sopraffacenti sono normali: "reazioni normali a situazioni anormali"...Perché è davvero così, soprattutto quando ti metti nei panni della vittima e dei suoi familiari: non ti sembra normale più niente. Ti senti stritolato in un limbo, tra il prima e il dopo. In quella che noi psicologi chiamiamo, con un termine, un po' brutto se vogliamo, "derealizzazione", che non è altro che il sentirsi in uno stato ovattato, in una dimensione spazio - temporale congelata. Ci si sente spezzati, increduli, affranti, impauriti, arrabbiati. Traumatizzati. Le tragedie hanno questo potere: di frantumare, in un colpo solo, le proprie certezze; di dare uno schiaffo alla propria illusione di controllo; di modificare irrimediabilmente la propria routine, le proprie progettualità. Il dolore e l'impotenza sono profondi e laceranti. Tutto si ferma. Come sopravvivere, allora? Viktor Frankl, grande psicologo del '900, sopravvissuto a lunghi anni di prigioia nei Lager nazisti, parlava di sopra - vivenza, ovvero di poter vivere sopra il dolore; di poter, seppur con fatica,  sia di dare un senso a ciò che è successo, nonché di trovare un significato, unico, soggettivo e irripetibile, per la propria esistenza.
Insomma, l'emergenza può arrestare la nostra direzione esistenziale, la nostra Tendenza Attualizzante (1951). Non può essere altrimenti. Non si può essere fintamente resilienti. Non si può sopra - vivere se non si dà voce al proprio dolore, se non si maledice tutto ciò che ci circonda, se non si può accedere ai propri abissi interiori; se non si accetta, come ci insegna Eugenio Borgna, che l'anima non può guarire del tutto. Non sarebbe realistico, né tanto meno possibile. Il dopo è un po' questo: cercare di ripartire dalla propria paralisi di dolore, davvero pian, piano, fino a quanto il nostro organismo ce lo permette. Seguendo i nostri tempi. Con amore.

© Francesca Carubbi. Tutti i diritti riservati

Dott.ssa Francesca Carubbi
psicologa - psicoterapeuta
www.psicologafano.com



giovedì 8 novembre 2018

Congruenza e Alleanza Terapeutica

Se volessimo individuare, tra le "condizioni necessarie e sufficienti" (Rogers, 1957; 1962) descritte da Carl Rogers, quella più affine al concetto di alleanza terapeutica, probabilmente sceglieremmo la congruenza del terapeuta (ibidem), ossia il suo essere sufficientemente autentico nella relazione, privandosi di maschere di facciata che non permetterebbero un ascolto empatico e accettante i vissuti, soprattutto quelli più sopraffacenti, del cliente. 
Potremmo definire, in tal senso, l'autenticità terapeutica come una sorta di comodità, di ascolto attento, ma anche fluido; o perché no, come una profonda e intenzionale volontà di essere un ascoltatore sì partecipe, ma anche consapevole del proprio fluire esperenziale rispetto alla dinamica relazionale che si sta creando "nel qui e ora": il terapeuta, in altri termini, può accettare in modo profondo il suo fluire esperenziale, senza sentirsi minacciato da esso (Rogers, 1962). 
Si può ben immaginare, allora, quanto la congruenza terapeutica presupponga, come sostiene l'Autore, una profonda maturità emotiva (Rogers, Kinget, 1965 - 1966), dove per maturità si intende, da un lato, la simbolizzazione corretta della propria esperienza, e, dall'altro, la capacità di non farsi soverchiare da vissuti personali che potrebbero scaturire dall'ascolto e che potrebbero, di conseguenza, essere agiti, inficiando, ahimè, l'alleanza di lavoro.
 La congruenza, quindi, quale bussola organismica del terapeuta, è l'ingrediente principe della sua "Funzione Paterna" (Carere - Comes, 1998, cit. in Carubbi, 2012; 2016), ovvero di quella preziosa funzione, salda e ferma - ed ecco, che ritorna la maturità emotiva di Rogers! -, regolatrice del Setting Terapeutico e delle regole attinenti. 
Una funzione limitante, che entra di diritto in quei frangenti in cui il Terapeuta inizia a notare, grazie alle proprie capacità di ascolto e osservative, importanti impasse, scivolamenti, arresti, ossia tutto ciò che può minacciare il patto terapeutico. 
All'uopo, avevo già scritto (Carubbi, 2012) quanto l'autenticità del terapeutica, soprattutto nel campo delle dipendenze patologiche, si manifesti attraverso una modalità di confronto, onesto e vero (Borgioni, 2007), con il cliente: la chiarificazione e il confronto (Kernberg, 1972)  - soprattutto per ciò che concerne la restituzione delle incongruenze del cliente, che si manifestano attraverso acting out, di cui sopra - infatti rendono consapevole questi su eventuali modalità comportamentali e relazionali disfunzionali, di cui non è consapevole ma che agisce all'interno del Setting. 
Da qui, si può ben comprendere, allora, quanto il confronto sia una declinazione della congruenza limitante, assertiva e custodente il patto terapeutico.

© Francesca Carubbi
Dott.ssa Francesca Carubbi
psicologa e psicoterapeuta
Autrice del libro "Paco, le nuvole borbottone e altri racconti", Alpes Italia Roma


lunedì 23 luglio 2018

Edward Cullen e la Tedenza Attualizzante

Lo confesso. Nonostante abbia superato da un po' l'età adolescenziale (almeno da un punto di vista anagrafico, sigh!), ho sempre amato la saga fantasy - romantica di Twilight (S. Meyer, 2005 - 2008). Un personaggio, in particolare, mi ha colpito più di tutti. Naturalmente, sto parlando del vampiro diciassettenne, Edward Cullen. Perché proprio lui? Innanzitutto vorrei fare una premessa: trovo riduttivo pensare che la Saga tratti esclusivamente tematiche legate al mondo adolescenziale, in quanto, i protagonisti, a mio avviso, possono ben rappresentare metafore, simboli e archetipi anche del nostro essere adulto, delle nostre lotte interiori per sopra - vivere (V. Frankl, 1946; 1969), ovvero del tentare di trascendere ciò che riteniamo smacchi esistenziali, condizioni in cui ci sentiamo impotenti o bloccati e che ci hanno reso privi di fiducia. In tal senso, Edward Cullen rappresenta ai miei occhi l'Uomo Rogersiano, ossia quella "persona impegnata a creare se stessa, una persona che crea il significato della vita, una persona che incarna una dimensione di libertà soggettiva ...Scarta l'alibi della mancanza di libertà. Sta scegliendo se stesso, sta cercando, in un modo difficilissimo e spesso tragico, di diventare se stesso..." (Rogers, 1951, trad. it., pp. 338 - 339). Il vampiro, infatti, nonostante si sia ritrovato in una condizione di limbo, in quanto né vivo, né morto, nell'incontrare Bella scopre che il suo Sé può evolvere, scegliendo in modo libero e responsabile (Rogers, 1951), nonostante la sua condizione, appunto quella di vampiro, ritenuta mostruosa, immodificabile, eternamente uguale a se stessa. In poche parole, mortifera. Ma occorre precisare, per capire al meglio il processo di cambiamento di Edward, che Bella non è solo la donna da cui è attratto: ella è la sua sfida esistenziale. Bella rappresenta un bivio, perché Edward desidera sia lei che il suo sangue: la sua fragranza rischia di renderlo totalmente dipendente, tanto da pensare di ucciderla. Ma allo stesso tempo, non può fare a meno di innamorarsi. Il vampiro, in tal modo, avverte una frattura interiore, uno stato di incongruenza e di ansia (Rogers, 1957; 1962): le due parti del suo Sé sono in conflitto. Da un lato, il suo Sé Ideale lo costringe a pensare che non potrà mai avere un legame con la ragazza, perché si percepisce un mostro assetato di sangue, indegno ai suoi occhi, e, dall'altro, il suo Vero Sé, il suo essere Uomo Vivo la desidera ardentemente. La ama. E qui, grazie alla sua Saggezza Organismica (Rogers, 1951), Edward rischia nella relazione, mostrando la sua vulnerabilità, il suo desiderio di amore, confessando allo stesso tempo i suoi tormenti, senza distorcere le sue ombre e i suoi vissuti più scomodi, rabbiosi e ostili. E ne viene ricambiato. Bella lo riconosce e grazie a questo gli dona nuova Vita. Ecco, allora, che la sua Tendenza Attualizzante fiorisce, trova spazio creativo: Edward riprende a suonare il suo pianoforte, componendo una Ninna Nanna dedicata alla sua amata. Dalla sua condizione tragica, per molti versi non mutabile (Edward rimarrà sempre un vampiro e, perciò, la fragranza del sangue di Bella sarà per lui sempre un'agonia), grazie alla passione e al desiderio, il vampiro trascenderà il suo bisogno animale e diventerà, grazie alla Relazione e alla scelta del Legame, Uomo, trovando la sua direzione esistenziale e trasformando il suo demone interiore in un Daimon (Hillman, 2009), in una vocazione, unica ed irripetibile. Da qui, si può ben paragonare la sfida di Edward come quei famosi germogli di patate, descritti da Rogers in A Way of Being (Rogers, 1980; trad. it., pp. 102 - 103, cit. in Carubbi, 2018): "...Questi germogli erano, nella loro crescita bizzarra e futile, una sorta di espressione disperata della tendenza che ho descritto. Essi non sarebbero mai diventati piante, mai avrebbero realizzato il loro potenziale reale. Essi tentavano di realizzarlo, però, anche nelle circostanze peggiori". In tal senso, Edward, da una condizione, apparentemente non umana e di anti - eroe, diviene l'eroe "che stringe i denti e si risolleva, combatte, anche quando crede che ormai sia tutto finito" (Carubbi, 2018, pag. VI) e ancora: un eroe "di resilienza, di perseveranza, di desideri brucianti" (ibidem). 
E se Edward Cullen rappresentasse anche parti di noi?

© Francesca Carubbi

martedì 10 luglio 2018

"I fatti sono amici": l'errore in psicoterapia

Rogers ha sempre sostenuto che i fatti sono i migliori amici dell'apprendimento e, quindi, del cambiamento (Rogers, 1980). Ciò vale anche per il mondo della psicoterapia. Diciamoci la verità: come terapeuti non amiamo sbagliare, fare papere. E quando ciò succede, talvolta ci invade uno sconforto e frustrazione tali, che vorremmo mandare tutto all'aria. Ma come sbaglia il terapeuta? Può succedere in moltissimi modi. Naturalmente non sto parlando di violazioni di setting o di codice deontologico, ma di errori di comunicazione, di ascolto, ma anche di valutazioni, di scelte di determinati trattamenti di elezione o impasse relazionali, che possono venire riconosciuti attraverso dispositivi di supporto allo psicoterapeuta, come intervisioni, supervisioni e terapia personale. Per fare un esempio, proprio ieri, durante la mia supervisione mensile, il mio supervisore, appunto, mi ha fatto notare quanto mi fossi bloccata con un paziente, avendo, probabilmente, facilitato il suo abbandono prematuro del setting. Mi sono resa conto, in effetti, che durante la nostra interazione, mia e del cliente, mi sono persa in un'artificiosità tale dell'ascolto, di aver mandato in tilt la mia bussola interiore, il mio locus di valutazione interno (Rogers, 1951), con conseguente perdita di empatia, autenticità e accettazione. In soldoni, ho letteralmente buttato nel secchio le "condizioni necessarie e sufficienti" rogersiane (Rogers, 1957; 1962). Non ho avuto fiducia della mia congruenza e mi sono, da qui, imbrogliata e, conseguentemente, sabotata. Beh, mentre sto scrivendo, la mia saggezza interiore mi sta facendo provare profondo rammarico per aver perso un'occasione, per essermi trincerata in vecchi meccanismi che, probabilmente, sono miei scogli e talloni d'Achille. Non amo ammettere i miei limiti, le mie sconfitte, i miei fallimenti. Però, allo stesso tempo, sono consapevole che, come ogni altro essere umano, sono fallibile, e che con umiltà, fatica ed esercizio posso apprendere dai miei refusi, per scongiurare il ripetersi degli stessi in futuro. Come ci insegna Rogers (1980) "l'unica persona che si può ritenere istruita è quella che ha imparato come si fa a imparare a cambiare". In tal senso, mi piace paragonare il terapeuta, che apprende la difficile arte dell'ascolto terapeutico, al bambino che impara a camminare e che, per farlo, inevitabilmente cade e si sbuccia le ginocchia.  Nel libro che ho pubblicato a giugno "Paco, le nuvole borbottone e altri racconti", per quanto riguarda l'importanza dell'errore, quale fonte di apprendimento educativo, ho scritto proprio questo: "...lo sbuccio alle ginocchia, lo vedo come metafora della vita, di ciò che è in realtà...Una direzione e non una destinazione. Una complessità di valori e vissuti emotivi, non sempre intrisi di felicità, ma anche di sofferenza, di inciampi appunto. Ma facenti parte di una vita arricchente, fresca e stimolante (Rogers, 1980)" (Carubbi, 2018, p. 13). E l'affascinante arte terapeutica è come la vita: una direzione e non una destinazione. Un so - stare in incognite, in attese, in frustrazioni. Ma anche in gioie, passioni e desideri. E' un continuo flusso coraggioso di apprendimento e cambiamento.

lunedì 18 giugno 2018

Psicoterapia, odio e gratitudine.

Questo tema mi è venuto in mente, così, in modo intuitivo ed autentico... Congruente per il fatto che parla anche di me, di me come terapeuta, in modo unico, soggettivo ed irripetibile. Unicità che è potuta emergere solo grazie alla mia psicoterapia personale, che  mi ha permesso, con molta fatica e con profondo impegno, di provare la gioia della gratitudine.
Credo che "grazie" sia una delle parole più belle mai inventate. Una parola il cui significato appare scontato e, talvolta, privo di significato o banalizzato. Spesso sostituito con moti di rancore, di sfida e odio. Ma in soldoni come può essere letto il sentimento della gratitudine in psicoterapia?
La gratitudine si configura in una maggiore accettazione di sé e dell'Altro, come essere unico ed irripetibile (Rogers, 1957): è poter amare ed essere amati. Questa può nascere solo dall'integrazione, all'interno del nostro Sé (Rogers, 1951), di tutti quegli aspetti che percepiamo in modo distorto e che proiettiamo nel mondo esterno. Per fare una esempio concreto, il cliente giunge in psicoterapia con profondi vissuti di ingiustizia, di rabbia, tristezza, odio, spesso connotati da aspettative di "risarcimento" da parte di un modo percepito crudele ed egoista. Siamo in quella fase in cui il cliente tende a vedere l'Altro il fautore dei suoi mali a scapito di una sua responsabilizzazione nel proprio processo di cambiamento: da un punto di vista rogersiano essere responsabili significa porsi in un ascolto autentico e profondo di se stessi e ciò può avvenire solo attraverso la progressiva messa in discussione dei valori, costrutti e sentimenti, costruzione della realtà e modalità di risoluzione dei problemi che, pur essendo percepiti e vissuti come propri, sono stati introiettati dall'ambiente circostante e non simbolizzati correttamente (Rogers, 1951). Per divenire creatori della propria Tendenza Attualizzante (Rogers, 1951; 1980), il cliente necessita di riscoprire la fiducia nel proprio Organismo (locus of evaluation interno), nella propria costruzione della realtà (Rogers, 1980), anche se ciò provoca naturalmente paura, confusione ed iniziale sfiducia (ibidem). Ma solo attraverso un lavoro di lutto, come ci ricorda anche M. Klein (1957), di legittima cura del proprio cuore sanguinante, il cliente può sentire gratitudine, perché essa nasce dall'unione dei contrapposti, di quelle parti più paurose, estranee: solo facendo i conti con lo Straniero che è in noi, prendendoci la responsabilità della sua esistenza, potremmo direzionare la nostra vita in modo creativo, vitale e non più mortifero, proiettivo e livoroso.
Come ci ricorda Rogers (1980), l'unico individuo che non può essere aiutato è quello che getta la colpa sugli altri.

mercoledì 16 maggio 2018

Presentazione libro "Paco, le nuvole borbottone e altri racconti" - lunedì 11 giugno, ore 20, Fano

In occasione dell'uscita del libro "Paco, le nuvole borbottone e altri racconti", verrà dedicata una serata di presentazione lunedì 11 giugno, ore 20, presso lo studio di Psicologia e Psicoterapia "Daimon" - Via B. Croce 1/a, Fano (PU).
Entrata libera
Evento adatto anche ai bambini.
Per info: 3384810340; info@psicologafano.com;

www.psicologafano.com (modulo "contatti")

martedì 15 maggio 2018

Libro "Paco, le nuvole borbottone e altri racconti" - dal 7 giugno in distribuzione

Dal 7 giugno sarà possibile acquistare il mio libro "Paco, le nuvole borbottone e altri racconti. L'uso della Fiaba nell'infanzia per un'educazione centrata sul bambino". Per visionare la scheda dell'opera:  http://www.alpesitalia.it/scheda.cfm?id=207588
Il libro sarà disponibile anche su Amazon, IBS e in libreria (anche su ordinazione)

domenica 18 febbraio 2018

Gig Economy: Internet, lavoro e Persona

Ieri sera su "Presa Diretta" si parlava di GIG Economy. Una realtà per me, sino a ieri, poco conosciuta. Proprio per soddisfare la mia curiosità ho iniziato a guardare con interesse il programma. Prima di approfondire e tematizzare il fenomeno, voglio partire, però, dalla seguente premessa: la Rete influenza e condiziona le Relazioni Umane, connotandole di immediatezza e poca tolleranza alla frustrazione. In tal senso, app come WhatsApp,  ci mostrano come la comunicazione abbia acquisito caratteristiche di saturazione della risposta: qualcuno domanda e subitaneamente si risponde. E l'aspetto forse più sottovalutato è che non poniamo più una sospensione o una punteggiatura nei nostri stili comunicativi. Diamo per scontato che dobbiamo fornire una risposta in pochi minuti, se non in infinitesimali secondi. E tutto è complicato grazie all sunte blu dell'applicazione: se l'Altro ha letto, perché non mi risponde ?. Da qui, l'amplificarsi dell'ansia per un feed - back non ricevuto. Questa forma di angoscia rispetto all'attesa non colpisce solo i "nativi digitali" (Prensky, 2001), ma gli stessi genitori, che, al contrario, sono cresciuti in un'epoca in cui, a causa della scarsa tecnologia, potevano godere solo di pochi ausili comunicativi, come la telafonia fissa, le lettere o i fax. Tuttavia, è proprio questa pochezza di strumenti che ha consentito, paradossalmente, lo sviluppo della tolleranza all'attesa, ad una sua sublimazione: scrivere lettere, ad esempio, da un lato presuppone la messa in moto del pensiero creativo e delle proprie competenze linguistiche (linguaggio che diviene impoverito, attraverso l'uso di acronimi e di slang, a causa dell'uso degli sms, delle chat e dei Social) e dall'altro, la sospensione inevitabile della risposta, presuppone un so - stare in un'attesa che fa apprendere alla persona l'esistenza di un ritmo nturale di presenza ed assenza (ciò che Freud ha illustrato con il gioco del "Fort - Da" del piccolo Ernst, descritto in "Al di là del Principio di Piacere" del 1920, dove il piccolo riuscì  a traasformare un'esperienza spiacevole, quale quella dell'assenza della madre, in un qualcosa di pensabile ed elaborabile, grazie al gioco del rocchetto che, per sua natura, va e viene). Oggigiorno,  è proprio l'assenza di queste pause, o la loro estremizzazione, a caratterizzare il nuovo mercato del lavoro. Soprattutto quello della GIG Economy, ossia del lavoro somministrato attarverso piattaforme o Start - Up specifiche, che offrono lavoro a chiamata attraverso la Rete. Una di queste ad esempio, è un'app che consente alle persone di candidarsi come autisti autonomi, offrendo la registrazione la portale e l'incrocio di domanda - offerta tra autisti e viaggiatori, prendendosi il 20 % dei guadagni. Nella puntata di ieri sera, l'autista inglese intervistato, spiegando il suo lavoro, poneva l'accento sul fatto che, per ottenere clienti, doveva guidare anche per 12 - 21 ore al giorno, al fine di avere feed - back positivi: nel caso in cui avesse avuto recebsioni negative, sarebbe stato chiamato molto meno rispetto ai suoi colleghi: "Il pensiero di non avere giudizi positivi, non mi fa dormire la notte" (n.d.r.). Queste parole ci dovrebbero far riflettere su quanto, in quest'epoca dove il datore di lavoro è un algoritmo, dove la prestazione e i "Like" ricevuti sono la cartina di tornasole delle capacità di un lavoratore, la Persona tenda a scomparire, o meglio il suo Potere Personale (Rogers, 1977) di scelta libera e responsabile e le sue legittime spinte motivazionali alla'Autorealizzazione (Maslow, 1962) siano mortificate e sacrificate  sull'altare di queste nuove tipologie di assunzioni, che non offrono dei ritmi regolari di "presenza ed assenza" lavorative: ferie, malattie,permessi vari, che consentono di prendere fiato dalle fatica e di poter pensare a progettualità future. Siamo di fronte ad un paradosso: i lavori ad intermittenza, proprio perché lavori a chiamata (oggi si può lavorare 20 ore e domani nessuna), non consentono alla Persona di conciliare, in un'ottica di Promozione della Salute (Zucconi, Howell, 2003), ritmi professionali con la Cura di Sé e delle Relazioni, ma sottopongono la stessa a condizioni estenuanti di frustrazione e di ansia: l'attesa, dall'essere occasione proficua di messa in moto di creatività, progettualità e sublimazione, a causa della sua estremizzazione diviene, purtroppo, il primo ingrediente di uno stato di stress cronico e di scarsa qualità della vita.

© Francesca Carubbi
Dott.ssa Francesca Carubbi
www.psicologafano.com

mercoledì 7 febbraio 2018

Mercoledì 21 febbraio, ore 20, ci sarà il primo incontro, gratuito, di presentazione del ciclo di appuntamenti "Marte e Venere sulle Nuvole: riflessioni semi - serie sull'essere coppia oggi". Abbiamo pensato di dedicare questo primo incontro, non solo alla presentazione del ciclo di incontri, bensì ad un primo "assaggio" della modalità di conduzione, in termini di esperienza non solo di parola, bensì emozionale e corporea. Perché "semi - serie"? Perché pensiamo che si possa prendere la vita anche con sana ironia.
Programma:
- presentazione delle psicologhe - psicoterapeute e dei loro approcci;
- presentazione della finalità e della modalità di svolgimento degli incontri;
- esperienza di gruppo di parola e di classi di esercizi di bioenergetica.
Si consiglia abbigliamento comodo

Le iscrizioni (max 5 coppie) terminano martedì 20.
Vi aspettiamo!

martedì 6 febbraio 2018

Perchè scegliere un percorso di psicoterapia

Voglio scrivere di questo per un motivo molto semplice: lo psicoterapeuta è ancora percepito in modo molto spaventoso e minaccioso. Personalmente, da qui, sostengo semplicemente (e non solo io) che lo psicoterapeuta è il professionista che si occupa di salute mentale e non solo di malattia. E la sua materia di studio, di ricerca e di cura è il funzionamento psicologico dell'essere umano. Perché sottolineare il banale? Perché la realtà ci mostra che, tutto sommato, il banale non è cosa scontata. Per la gente comune è immediato pensare che, se mi rompo una gamba, dovrò rivolgermi ad un ortopedico; se ho una gastrite al gastroenetrologo e per un mal di denti al dentista. Inoltre, sia l'ortopedico, il gastroenterologo, nonché il dentista oltre a curare il danno, si preoccuperanno di fornire strumenti di prevenzione al fine di promuovere uno stato di benessere e di prevenire eventuali recidive. Per  essere concreti, ad esempio, il dentista dirà che non si deve solo intervenire quando il dente è cariato, bensì che è fondamentale attuare un'accurata igiene della bocca. Fuor di metafora, lo psicoterapeuta, alla stessa stregua, è colui che non solo cura, attraverso l'ascolto e la parola, una determinata psicopatologia, ma che facilita nel cliente smarrito e confuso una presa di coscienza sia della natura del suo malessere (sintomo come spia di qualcosa che non va), sia della sua costruzione e percezione della realtà, in termini di rapporti con i propri sentimenti, costrutti o idee, con le sue modalità di riconoscere ed affrontare i problemi e di costruire ed intessere relazioni con sé e con gli altri. Perché questo passaggio è importante? Per il fatto che, il faticoso lavoro di esplorazione e di facilitazione permette una progressiva presa di consapevolezza e di ristrutturazione del proprio sé, grazie all'integrazione e corretta simbolizzazione di quelle aree della personalità, prima intercettate e distorte, perché incompatibili con il concetto o struttura del sé: ossia di quell'insieme di emozioni, idee e valori, introiettati dall'ambiente circostante e percepiti come propri (Falso sé) con cui la persone si è costruita nel tempo (Rogers, 1951). Rogers (ivi) ci insegna, infatti, come uno dei bisogni della Persona sia quello di mantenere un certo grado di coerenza interna, intesa come percezione di sé stabile e coerente nel tempo, negando alla coscienza, se necessario quei vissuti, di carattere organismico e viscerale, percepiti come minacciosi (Vero sé), in quanto in forte contrasto con l'immagine che il soggetto ha di sé. Fin quando la persona non sente conflitto interiore rispetto al tentativo di emersione di queste parti distorte e bloccate, l'equilibrio è preservato: alcuni elementi possono benissimo essere posti al di fuori della coscienza, senza turbamento per l'individuo. Ma cosa succede, al contrario, a quella persona che sente che qualcosa sta andando in crisi? Che nota dei cambiamenti nel suo percepire? Che inizia a rendersi conto che inizia ad esserci una discrepanza (ivi) tra ciò che pensa e ciò che sente e proviene dal suo organismo? Che sente emozioni contrastanti e minacciose? La scelta di rivolgersi ad uno psicoterapeuta si incunea proprio in questo frangente: quando si prova sofferenza psicologica, confusione, ansia e tensione, quando i nostri sintomi psicologici ci informano che c'è qualcosa che non va. Quando si instaura, in termini rogersiani, una delle condizioni necessarie e sufficienti per la nascita della relazione terapeutica e del processo di cambiamento proprie del cliente, ossia un nascente stato di incongruenza o di ansia (Rogers, 1957; 1961), che si manifesta, appunto, attraverso una determinata sintomatologia (sintomi ansiosi, depressivi, psicotici...) non decifrabile. Ed il terapeuta serve proprio a questo: a facilitare la persona, considerata come la miglior esperta di se stessa in quanto agente di scelta libero e responsabile, nel trovare, in modo unico, soggettivo ed irripetibile, una chiave di lettura della sofferenza che sta provando. Ed è proprio l'interrogazione di questi sintomi, l'offrire loro un senso, secondo ciò che suggerisce la propria saggezza organismica, offrire loro una storia , una loro collocazione, un "perché" è fare buona psicoterapia: perché permette alla Persona, ora più libera dai grovigli sintomatici, di scegliere responsabilmente la direzione, unica, soggettiva ed irripetibile della propria esistenza, di sviluppare ed accrescere la propria Tendenza Attualizzante (Rogers, 1951), affinché possa fare, come ci informa anche Gabriele D'Annunzio, della propria vita un'opera d'arte. Nonostante tutto.

Dott.ssa Francesca Carubbi
psicologa - psicoterapeuta
www.psicologafano.com
 
© Francesca Carubbi

lunedì 5 febbraio 2018

Con – Tatto: abuso, trauma e le condizioni rogersiane dell'ascolto

L'abuso è una violazione. E' fiducia tradita. E' un entrare violento nella propria intimità, senza permesso. Parlare di abuso è molto difficile. C'è ancora un profondo velo omertoso che, spesso, tende a minimizzarne la portata. Minimizzazione o, nel peggior caso, misconoscimento che non facilita la rielaborazione da parte della vittima di ciò che è accaduto. L'impossibilità di un clima accogliente, autentico ed empatico (Rogers, 1957) non permette, altresì, alla vittima di parlare di ciò che ha subito. In tal senso, non è raro osservare che molte vittime, che hanno subito violenze in tenera età, parlino del loro trauma solo in età adulta. Ma il trauma non scompare, anzi...Torna, in altre vesti, se possibile ancora più forte di prima: può succedere che la vittima possa ripetere ciò che ha subito e tentare di rielaborare la ferita attraverso una sintomatologia specifica: flash – back, fughe ed amnesie dissociative, vere e proprie somatizzazioni e un iperattivazione dell'arousal (risposte fisiologiche eccitatorie abnormi rispetto alla portata dello stimolo. Ad esempio sentirsi minacciati ed incolumi in situazioni obiettivamente non pericolose). Non rare sono le manifestazioni di autolesionismo e la comparsa di disturbi psicopatologici, come disturbi di ansia e dell'umore, disturbi di personalità (Organizzazione Borderline di Personalità – Kernberg, 2000) e l'abuso e dipendenza da sostanze: tutti tentativi di dare un senso al non rievocabile, alla sopraffazione che irrompe come un lampo a ciel sereno, a vissuti non dicibili o pensabili, come sentimenti di indegnità, vergogna, colpa e rabbia. Chi non può ricordare e dare giusta legittimità a ciò che gli è successo è come se vivesse come un funambolo, che cammina su una corda altissima, in un precario equilibrio, e che rischia di sfracellarsi al suolo. L'unica differenza è che il funambolo conosce il pericolo, quale quello di cadere, mentre la persona abusata ha paura ed angoscia, senza comprendere il perché: la vittima di abuso sa che le è capitata una cosa molto grave, ma non ha tutti i pezzi necessari per mettere insieme il suo puzzle esistenziale, i suoi ricordi. Vive tutto attraverso il corpo e le emozioni percepite come minacciose. Da qui, la persona traumatizzata percepisce la realtà in modo sopraffacente ed impotente (Tardioli, 2010, appunti interni IACP), ossia con scarso empowerment personale (Rogers, 1977) e possibilità di cambiamento. Il tutto, accompagnato da un profondo senso di indegnità.
Come aiutare, allora, queste persone? La persona abusata porta un bagaglio di vissuti profondamente ambivalente: ciò che condanna a se stesso è l'incapacità, all'epoca dei fatti, di non essere riuscito a dire un fermo e deciso "NO!", di non essersi fermato in tempo...insomma di non essersi difeso e scappare. I racconti che entrano in una stanza di psicoterapia sono intrisi di angoscia e perciò è molto frequente che il professionista, che non ha simbolizzato correttamente dentro di lui l'angoscia e la paura rispetto a suddetti vissuti ambivalenti, cada in errori di comunicazione:
- può mostrarsi, lui per primo, ambivalente nella sua arte comunicativa: attraverso la parola esprime un suo vissuto, mentre con il corpo un altro. Ad esempio, senza rendersene conto, può assumere una posizione di difesa o uno sguardo giudicante o, mancando di ascolto empatico, può mettere in campo atteggiamenti salvifici (il terapeuta può colludere con le richieste di urgenza di guarigione o di accondiscendere alla soddisfazione dei bisogni del cliente, magari rendendosi sempre reperibile al di fuori delle sedute, per poi sentirsi defraudato dei suoi confini e, di conseguenza, arrabbiato e confuso, rischiando, in tal modo, di inquinare il setting, privandolo di coerenza, costanza e stabilità (elementi, questi, che mancano alla persona che ha subito un trauma);
- può mostrarsi incongruente, mettendo in atto quelle che Gordon (trad. it., 2005) ha definito barriere di comunicazione, come ad esempio la rassicurazione, che rappresenta una delle trappole più deleterie, per ciò che concerne il pericolo di reificazione del sentire del cliente. In tal senso, pensiamo al sopraffacente senso di colpa che prova una vittima di violenza. Da un punto di vista reale, non ci sono dubbi, che la colpa sia di chi ha compiuto questo abominevole comportamento. Io parlo, al contrario, della tendenza, da parte di chi non è sufficientemente congruente, maturo e saldo (Rogers, Kinget, 1965 - 66), di chiudere e pietrificare il discorso, e, soprattutto, di reificare o alienare l'emozione soggiacente: se dico ad una persona che prova senso di colpa, in soldoni, "non è colpa tua", significa che, in primis, sto reificando un suo vissuto degno di essere legittimato ed elaborato, per quanto angoscia possa creare, ed, in secondo luogo, sto chiudendo, appunto, un'importante esplorazione che, seppur difficoltosa e dolorosa, può permettere di rendere questa colpa digeribile e meno traumatica, e, da qui, di far sì che la vittima possa attribuire le oggettive colpe a chi ha tradito la sua fiducia, e violato il suo corpo e la sua anima. La persona abusata necessita, allora che chi sta davanti a lei sia capace di contenere il suo smarrimento, la sua vergogna e la sua colpa, senza sentirsi minacciata, devastata e distrutta dal racconto.
Riassumendo, reificare e edulcorare i sentimenti della vittima, difficili da nominare, equivale a  comunicarle la nostra difficoltà a starci in quell'inferno, amplificandone ancora di più la portata minacciosa e sopraffacente. E' come se la persona abusata iniziasse a pensare "se il terapeuta mi dice così, significa che ciò di cui parlo è una cosa gravissima. Una cosa talmente grave, da non poter essere ascoltata". Perciò, se l'accettazione o considerazione positiva incondizionata (Rogers, 1957) permette di far percepire alla persona traumatizzata un'accoglienza non possessiva, ma capace di contenere la sopraffazione, l'impotenza, la vergogna e tutto ciò che è intimamente collegato con l'abuso, la congruenza e l'empatia, d'altra parte, permettono un ascolto profondo e non reificante.
Nello specifico, come detto anche sopra, la corretta simbolizzazione dei vissuti permette al terapeuta sia di divenire quella persona degna di lealtà e fiducia nella relazione terapeutica (Rogers, 1961), sia di chiarire e confrontare (Kernberg, 1978; 2010), se necessario, il cliente su determinati aspetti percepiti dal terapeuta, appunto, come non chiari e confusi. L'empatia, d'altro canto (attraverso i rimandi che Rogers e Kinget – 1965 – 66 hanno ben descritto nella loro Opera, quali: riflesso semplice o reiterazione, riflesso del sentimento e delucidazione), consente la comprensione "come se" (Rogers, 1957) dei vissuti di disperazione e di dolore legati al trauma, scongiurando il pericolo di una pericolosa identificazione (quindi di perdita di empatia) con questi ultimi.
Riassumendo, l'abuso è una violazione, un sopruso della propria esistenza: la presa in carico e la relazione terapeutica devono, quindi, essere contraddistinte da fiducia, lealtà, saldezza ed empatia, affinché la persona possa sentirsi liberamente responsabile (Rogers, 1951) di esplorare la sua esperienza, senza interferenze ed ingerenze (comprese quelle di carattere salvifico) del terapeuta. Un ascolto, insomma, attento, delicato e capace, allo stesso tempo, di sostare nell'ambivalenza, nella confusione, nel caos, permettendosi, anche di confrontare il cliente, in modo autentico e senza difese professionalizzanti, su aspetti non comprensibili.
Un so – stare, con – tatto.
© Francesca Carubbi
Dott.ssa Francesca Carubbi
psicologa - psicoterapeuta
www.psicologafano.com

lunedì 22 gennaio 2018

La congruenza del terapeuta come autoregolazione nel setting

Una delle condizioni necessarie e sufficienti (Rogers, 1957) descritte da Rogers e che appartengono alla figura dello psicoterapeuta è la congruenza o autenticità. Ma, in soldoni, cosa intendiamo quando parliamo di ciò? Una spiegazione esauriente ce la fornisce lo stesso Autore (Rogers, 1957, pag. 54): "la terza condizione prevede che il terapeuta sia, nell'ambito della relazione, autentico e ben integrato...Non assume, perciò, in nessun caso, consciamente o inconsciamente, atteggiamenti di circostanza". In tal senso, è doveroso aggiungere una specificazione importante, affinché non si cada in visioni irrealistiche riguardo alla capacità di simbolizzazione corretta, da parte del terapeuta: "Non è necessario, né sarebbe possibile, che il terapeuta si mantenga sempre a questo livello di integrazione e di completezza. E' sufficiente che sia fedelmente se stesso nel corso del colloquio" (ibidem). Ciò presuppone che lo psicoterapeuta non neghi alla sua esperienza viscerale la complessa gamma di sentimenti che possono emergere durante le sedute. Soprattutto, quelli considerati più scomodi, come un possibile vissuto di rabbia e di paura verso un determinato cliente. In tal senso, qualcuno potrebbe storcere il naso e pensare: "significa che il terapeuta debba dire senza filtri quello che gli passa per la testa, o meglio, per la sua pancia?" Non scherziamo! Non si tratta sicuramente di questo. Anzi! Un aspetto imprescindibile della congruenza rogersiana è la capacità del terapeuta di autoregolazione. Autoregolazione che può esistere solo se riesco ad essere ciò che sono (Rogers, 1961), senza maschere e finzioni, ma in primis con me stesso. Per fare un esempio concreto: se sento paura verso un cliente, la mancanza di congruenza o di corretta simbolizzazione metterebbe in moto, probabilmente, dei comportamenti di non autenticità: nonostante mi senta preoccupato, "faccio finta" che tutto vada bene. Cosa produce, però, tutto questo? Innanzitutto, non riuscirei ad ascoltare in modo empatico l'altra persona, perché la mia attenzione sarebbe concentrata sulla mia paura, non correttamente simbolizzata: potrei provare, da qui, profonda angoscia senza riuscire ad individuare il vero motivo. Perderei di accettazione. In altri termini, si metterebbe in moto un pericoloso "Falso sé" del terapeuta. La paura di sbagliare, di non essere adeguato, e, attenzione, aspetto più subdolo, di non soddisfare il cliente o salvarlo. In tal senso, la congruenza è un aspetto fondamentale di regolazione della propria spinta narcisistica all'interno della relazione di aiuto. Nello specifico (Borgioni, 2007; 2016; Carubbi, 2012), non dobbiamo mai smettere di interrogarci su cosa ci spinge nel curare chi chiede il nostro aiuto, e, di conseguenza, occorre chiedersi se, invece di un ascolto dell'altro, stiamo ascoltando solo noi stessi ed i nostri bisogni narcisistici. Ciò non significa che il terapeuta non debba godere di sana autostima o non sentirsi adeguatamente gratificato dalla sua professione: sto parlando, al contrario, del pericolo di soddisfare i nostri bisogni, le nostre insicurezze, le nostre ferite non risolte attraverso il cliente, e non fuori dalla stanza di psicoterapia (anche -cosa, quest'ultima, davvero auspicabile - attraverso la nostra terapia personale e costanti supervisioni), violando ed inquinando, in tal modo, il setting terapeutico. Scopo della terapia non è soddisfare, salvare, tranquillizzare o rassicurare il cliente. Non è avere aspettative su di lui. Ed il cliente non deve lavorare su di sé per soddisfare le nostre. In tal senso, mi sovviene una bellissima frase di Perls: "Io non sono in questo mondo per vivere secondo le aspettative degli altri, e nemmeno credo che il mondo debba vivere secondo le mie.” Ciò che noi dobbiamo offrire, in modo etico, è, come ci ha insegnato Alberto Zucconi, un setting sicuro dove il cliente possa sentire liberamente responsabile di esplorarsi, senza il timore che qualcuno possa biasimare i suoi vissuti, sostituirsi ad esso, scegliendo cosa è meglio per lui, ed invadere i suoi confini. E la congruenza mira a ciò.
immagine dal web

mercoledì 10 gennaio 2018

Sostenere che sostiene: caregiving familiare e percorsi di cura

Il caregiving, ossia il prendersi cura, è un tema molto attuale oggigiorno. In data 27 dicembre u.s. è stata approvata la Legge n. 205, al cui interno è definita e sancita la figura del caregiver familiare non professionale. Così cita la suddetta Legge, pubblicata in Gazzetta Ufficiale (n. 302 del 29/12/2017 - S. O. n. 62): "si definisce caregiver familiare la persona che assiste e si prende cura del coniuge, dell'altra parte dell'unione civile tra persone dello stesso sesso o del convivente di fatto ai sensi della della Legge 20 maggio 2016, n. 76, di un familiare e di un affine entro il secondo grado, ovvero, nei soli casi indicati dall'articolo 33, comma 3, della legge 5 febbraio 1992, n. 104, di un familiare entro il terzo grado che, a causa di malattia, infermità o disabilità, anche croniche e degenerative, non sia autosufficiente e in grado di prendersi cura di sé, sia riconosciuto invalido in quanto bisognoso di assistenza globale e continua di lunga durata ai sensi dell'articolo 3, comma 3, della legge 5 febbraio 1992, n. 104, o sia titolare di indennità di accompagnamento, ai sensi della legge 11 febbraio 1980, n. 18". Questa Legge ha un valore importante, in quanto non solo valorizza da un punto di vista economico (è previsto un Fondo come copertura finanziaria dal 2018 al 2020 per interventi legislativi per il riconoscimento della figura del caregiver familiare) il caregiver, ma ne riconosce il suo importante ruolo sociale. Viene evidenziato, in altri termini, il suo fondamentale, faticoso ed oneroso ruolo supportivo, spesso svolto in silenzio ed in solitudine. Il caregiver familiare, infatti, supporta e sostiene sulle sue spalle un fardello di cura ed assistenza (Burden), la cui conseguenza è, sovente, un vissuto di impotenza, tristezza, rabbia. Un'angoscia annichilente e sopraffacente che sembra non aver spazi di elaborazione ed ascolto. Quello che viene definito Burned o "corto circuito" mentale e corporeo, configurandosi in un vero e proprio stress da assistenza. Il caregiver familiare stritolato tra i diversi impegni quotidiani di assistenza, per sensi di colpa e di inadeguatezza, tende a dimenticarsi di sé, del proprio benessere bio - psico - sociale. Da qui, diversi studi ci informano come le tipiche manifestazioni dello stress di assistenza siano depressione, ansia e conflitti familiari, per arrivare a vivere la quotidianità in un costante stato di urgenza. Le implicazioni di perdita di salute divengono rilevanti: uno Studio pubblicato nel 2017 all'interno del Journal of the American Geriatric Society ha evidenziato un collegamento tra lo stress da assistenza del caregiver familiare e suoi ricoveri d'emergenza in Pronto Soccorso (fonte: goodtherapy.org).
Alla luce di tutto ciò, appare fondamentale sostenere, da un punto di vista psico - sociale, il caregiver, non solo da un punto di vista di cura, ossia di riduzione degli effetti iatrogeni dello stress (prevenzione selettiva ed indicata), bensì in un'ottica di promozione del Benessere (prevenzione universale), dove il caregiver familiare diviene il primo agente di cambiamento del suo stile di vita (Zucconi, Howell, 2003) e del miglioramento del suo stato di salute (WHO - Carta di Ottawa, 1986), grazie alla facilitazione del suo empowement personale, delle sue strategie di coping e di hardiness. Ma tutto questo può avvenire solo da una facilitazione della congruenza o corretta simbolizzazione (Rogers, 1957) della sua esperienza emotivo - corporea. Lo stress da assistenza, in tal senso, non permette l'ascolto autentico dei propri vissuti, del proprio vero sé. E' come se il caregiver vivesse e si comportasse come un Falso Sè: per non sentire la paura, le proprie mancanze, l'impotenza, la trsistezza, la rabbia si trincera in una falsa autosufficienza e destrezza, che spesso si trasformano in forme di onnipotenza illusoria. Il caregiver familiare non può permettersi l'elaborazione del Lutto, della perdita derivante dalla malattia. Non può permettersi la paura rispetto al futuro. La rabbia, rispetto al senso di ingiustizia e delle continue richieste. Il caregiver, inoltre, non può permettersi di porre sani limiti a sé ed all'altro che assiste: significherebbe essere egoisti. Da qui, mi sovviene quanto, in accordo al mio paradigma, lo stesso Rogers si trovò a divenire un caregiver per sua moglie Helen: la sua esperienza è descritta in modo toccante e profondamente umano nel suo libro "A way of Being" del 1980: qui troviamo un Rogers (il cui esempio è utilizzato, da me, nelle mie formazioni ai caregivers) autentico, soprattutto in quegli aspetti più scomodi che riguardano la cura ed assistenza. L'Autore, infatti, descrive il suo sentirsi talvolta controllato ed imprigionato in un ruolo per lui difficile da sostenere. Ma proprio la corretta simbolizzazione del suo sentire, della sua sopraffazione gli ha permesso di accettarsi, di volersi bene e ritrovare un amore, forse sopito, verso la sua amata moglie. Da qui, in un'ottica rogersiana, il sostegno e/o la cura del caregiver familiare, individuale e di gruppo, grazie alle condizioni necessarie e sufficienti, quali congruenza, empatia e accettazione positiva incondizionata (Rogers, 1957; 1962), ha le seguenti finalità:
- facilitazione della corretta simbolizzazione dei vissuti emotivi legati alla cura ed assistenza;
- supporto e gestione dello stress da assistenza;
- facilitazione di uno stile di comunicazione e relazione efficaci e funzionali
all'interno delle dinamiche familiari;
- facilitazione dell'utilizzo di strategie di coping e di hardiness (come ad es. la delega delle incombenze quotidiane ed il chiedere aiuto nei momenti di difficoltà).