mercoledì 25 ottobre 2017

I saperi di uno psicoterapeuta rogersiano

La conclusione di ogni anno di studio presso il nostro Istituto dell'Approccio Centrato sulla Persona (IACP) era davvero molto emozionante. Emozionante per il fatto che, oltre all'autovalutazione cognitiva e all'esposizione di una tesina argomentativa, uno spazio era ed è tutt'ora dedicato a quello che chiamiamo "Autovalutazione". Un vero e proprio esercizio di congruenza, non facile, in quanto presuppone una certa onestà nel percepirsi e considerarsi, non solo come persone, bensì come professionisti. L'autovalutazione copre, da qui, tre aree del sapere: il "sapere", il "saper fare" ed, immancabilmente, il "saper essere" (IACP). Questa premessa mi è utile per introdurre cosa significhi per un rogersiano la "qualità dell'incontro interpersonale" (Rogers, 1962), ovvero quell'elemento (ivi) considerato più importante nel determinare l'efficacia della relazione, non solo terapeutica, bensì di tutti quei rapporti in cui "almeno uno dei protagonisti ha lo scopo di promuovere nell'altro la crescita, lo sviluppo, la maturità e il raggiungimento di un modo di agire più adeguato ed integrato nell'altro" (Rogers, 1961, trad. it., pag. 68). In tal senso, Rogers ci tenne a sottolineare come alla base della riuscita delle relazioni di aiuto uno degli elementi più funzionali ed efficaci, non fosse tanto la preparazione teorica e professionale, bensì la possibilità, della persona che offre il suo supporto e, nel caso specifico della clinica, del terapeuta di essere sufficientemente congruente, empatico ed accettante (Rogers, 1957;1961;1962; 1980), al fine di offrire al cliente un ambiente e clima facilitanti il suo processo di cambiamento. In altri termini, è fondamentale che il cliente possa percepire (Rogers, 1957) la qualità della sua presenza, del suo esserci nel qui ed ora della relazione. Ciò non significa assolutamente che la conoscenza teorica e la preparazione professionale non siano importanti: Rogers, in "Terapia Centrata sul Cliente" del 1951, nel capitolo dedicato al percorso formativo per i futuri terapeuti, indicò tra i requisiti un buon bagaglio culturale che non riguardasse solo la psicologia, bensì la filosofia, la letteratura, la biologia... E' l'utilizzo di questo sapere che fa la differenza. Il Sapere a cui si riferisce Rogers, alla stregua del concetto di diagnosi, non è un insieme di nozioni monolitiche, e, soprattutto, definenti la persona che abbiamo davanti: il Sapere riguardante i processi e funzionamenti psicologici, i criteri diagnostici, etc. non ha assolutamente lo scopo di affibbiare un'etichetta che definisca tout - court il soggetto sofferente che ci chiede aiuto. Il Sapere a cui ci riferiamo, da qui, non deve rappresentare una nostra modalità difensiva dall'incontrare autenticamente un'altra persona. Non deve rappresentare un baluardo contro l'emersione di eventuali angosce che l'Altro ci suscita con le sue emozioni e parole. Non deve divenire quella cortina di ferro che ci fa sentire al riparo, non solo dalle emozioni altrui, bensì dalle nostre, che ancora temiamo e  che, di conseguenza, distorciamo e non riusciamo a simbolizzare correttamente. Il Sapere, compreso anche quello diagnostico, a cui si riferisce Rogers, è uno strumento utile di conoscenza, ma che, se preso da solo, non è sufficiente a comprendere la persona che abbiamo davanti. E' un punto di partenza, un'ipotesi che può direzionarci verso la scelta o meno di un determinato trattamento di cura. Il Sapere è un mezzo per utilizzare le "condizioni necessarie e sufficienti" (Rogers, 1957) in modo profondamente soggettivo ed unico, perché unico ed irripetibile è il cliente che abbiamo davanti. Un Sapere che può diventare utile solo se accompagnato da un "saper fare", quindi un saper trasferire nella pratica d'aiuto ciò che il terapeuta ha appreso e compreso, attraverso un'educazione confluente (Bruzzone, 2007), ossia attraverso l'integrazione degli aspetti cognitivi/ideativi ed emozionali dell'esperienza, e, soprattutto, da un "saper essere", cioè l'essere,"senza timore, la complessità dei propri sentimenti" (Rogers, 1962, trad. it., pag. 90). Questo perché "quanto più il terapeuta è genuino e <congruente> nel rapporto, con tanta maggiore probabilità la personalità del cliente potrà modificarsi in quella stessa direzione" (ivi).

© Francesca Carubbi

© M. Schulz

"Da Donna a Madre. Da Madre a Donna". Ciclo di incontri di gruppo al femminile, mercoledì 22 novembre 2017, ore 20, Fano (PU)

GRUPPI ESPERENZIALI "DA DONNA A MADRE, DA MADRE A DONNA", mercoledì 22 novembre, ore 20 - 21:30
Mercoledì 22 novembre, dalle ore 20, prenderà avvio un ciclo di incontri di gruppo esperenziale (approccio rogersiano e bioenergetico), a cadenza quindicinale, dedicato alle mamme ed al loro complesso e delicato equilibrio nel conciliare il loro essere madri con l'essere donne, ossia con i loro spazi e desideri personali.
I gruppi si svolgeranno presso lo Studio Daimon, via B. Croce 1/a, Fano (PU).
Agli incontri si accede previa iscrizione (ai fini dell'iscrizione è previsto un colloquio conoscitivo da concordare, con le psicologhe)

Per info, costi ed iscrizioni:
Dott.ssa Francesca Carubbi, 338/4810340
Dott.ssa Annalisa Caprara, 331/1572439.
In allegato, la locandina