mercoledì 15 marzo 2017

Resilienza: una particolare Tendenza Attualizzante

Il concetto di Tendenza Attualizzante è molto affascinante. Come ci ricorda Rogers (trad. it., 1983), questa è un processo direzionato nella vita, una spinta verso l'accrescimento, anche quando le condizioni del contesto non sono favorevoli. In tal senso, mi sovviene quanto la Resilienza personale sia una particolare tendenza al non piegarsi, al non sprofondare quando tutto, ahimè, sembra andare contro corrente, alla deriva. Una resistenza psicologica, un profondo senso di empowerment personale che ci spinge verso l'alto, che ci dà la sensazione di galleggiare, nonostante le tempeste della vita. Ciò non significa che, grazie alla resilienza, siamo illusoriamente forti, privi di fragilità e vulnerabilità o infallibili. Anzi, per parlare davvero di resilienza, per entrare nel suo più autentico significato, non possiamo esimerci dal sentire in modo congruente o autentico tutta la sofferenza che ci attanaglia. Non possiamo esimerci dal sentire la rabbia, il dolore, la frustrazione. Non possiamo esimerci dal nominarle correttamente. Se dovessimo arrivare a negare queste esperienze spiacevoli, al fine di sentirci ingannevolmente difesi dall'angustia, allora sì che il termine resilienza non sarebbe più adatto: dovremmo parlare di falsa onnipotenza o, al contrario, di paralizzante impotenza. La resilienza, ovvero il tentativo di sopravvivere all'angoscia annichilente, può emergere solo dall'attraversamento del dolore, solo dall'autenticità, solo dal riconoscimento e dall'accettazione che in certi momenti della vita che abbiamo bisogno di trovare una nostra peculiare modalità di vivere, anche la più coartata e disperata. In tal senso, lo stesso sintomo psichico è una scelta dell'organismo per dare un significato a ciò che sembra sfuggire al proprio controllo. Una forma di auto - cura che, seppur precaria, come possiamo osservare in gravi psicopatologie o in quei caregivers familiari che lottano tutti i giorni per assistere i loro cari, permette all'individuo di orientarsi come meglio può. Come quei famosi germogli, descritti da Rogers in "A Way of Being"(trad. it., 1983, pp. 102 - 103): "... Questi germogli erano, nella loro crescita bizzarra e futile, una sorta di espressione disperata della tendenza direzionata che ho descritto. Essi non sarebbero mai diventate piante, mai avrebbero realizzato il loro potenziale reale. Essi tentavano di realizzarlo, però, anche nelle circostanze peggiori".
Come? Credo che ognuno possa trovare una risposta dentro di sé per come meglio vivere il proprio senso di precarietà, per come trovare un modo di respirare e non rimanere in apnea. Partendo anche dalle cose scontate, dalla bellezza dei particolari, dal fascino delle piccole cose, dal piacere delle proprie routine: sentire il calore di un raggio di sole sul proprio volto, percepire la bellezza di un pesco in fiore, ascoltare i propri passi durante una camminata (scegliendo, magari, quel luogo che vi ha sempre ispirato o che non vedete da tempo), scrivere, leggere, immergendovi con passione in quello che state creando. Non pensate che ci voglia tanto tempo: bastano anche pochi minuti. Ma quei minuti saranno preziosi se vi permetteranno di tornare al vostro più intimo sé. Se vi permetteranno di volervi bene.