lunedì 23 gennaio 2017

Dar voce al dolore: la vera resilienza

La vita non è sempre come la desideriamo. Capita, a volte, che gli eventi non vanno come vorremmo. Raggiunto un nostro equilibrio, questo sembra poi arrestarsi. Le emozioni divengono sopraffacenti e soverchianti. Ci sembra che il destino si accanisca contro di noi e che i nostri piani vadano a rotoli. Tutto si ferma e ci pare di vivere dentro una bolla di irrealtà. Tutto si fa più faticoso ed estenuante. Non vorremmo, mai e poi mai, sentire tutto quel dolore che ci sovrasta, che ci dilania, che non ci fa respirare. Una costante trepidazione che ci attanaglia. L'istinto sarebbe quello di negare cosa ci sta accadendo, di trovare una spiegazione al senso di ingiustizia che percepiamo. O, nel peggiore dei casi, di cercare di sedare invano la sofferenza, attraverso pratiche lesive per noi stessi. Tendiamo a vergognarci della nostra vulnerabilità, della nostra fragilità, del bisogno di disperarci, di piangere, di arrabbiarci, di urlare al mondo la nostra disperazione. Ci vorremmo sentire illusoriamente onnipotenti ed autosufficienti, negandoci, così, il diritto a chiedere un sano aiuto. Non vorremmo fermarci, arrenderci in quei momenti, a lasciarci attraversare dal dolore. Ma è davvero possibile? E' davvero possibile barricarci dietro una cortina di ferro? Di insensibilità? Di apparente normalità? In tal senso che cosa significa davvero essere resilienti? Significa davvero diventare tout - court forti e resistenti eludendo la sofferenza? O, al contrario, come sosteneva lo stesso Viktor Frankl "sopra - vivere" ad essa? Vivere sopra al dolore, infatti, non presuppone un suo diniego, bensì un suo, seppur faticoso, attraversamento. Una piena integrazione della sofferenza nella propria esperienza. Un apprendere da essa. Una graduale accettazione di ciò che è stato. Inevitabilmente ed ineluttabilmente. Significa darci pieno ascolto. Divenire empatici con noi stessi. Senza remore e giustificazioni. Significa poterci arrendere nel "qui e ora", nel non contrastare la corrente. Nel non contrastare la piena di emozioni che nascono dal nostro organismo. Significa dar loro un nome, un significato, un senso. Sì, perché dinanzi ad episodi della vita davvero angoscianti e destabilizzanti (gravi malattie, lutti, catastrofi...) è normale provare tutto ciò. Non si può fare altro. Come disse Shakespeare  "Date al dolore la parola; il dolore che non parla, sussurra al cuore oppresso e gli dice di spezzarsi”.