mercoledì 29 novembre 2017

La Tendenza Attualizzante come... Lampo di Genio!

Etimologicamente la parola Genio rimanda a caratteristiche, disposizioni o attitudini naturali.  Interessante notare, inoltre, come nell'antichità la parola Genio, intesa come Tutela, fosse attribuita a determinati luoghi o persone. Il Genio, da qui, è una dote naturale di valenza profondamente protettiva. In termini rogersiani, potremmo sostituire Genio con Tendenza Attualizzante (1951; 1961; 1977; 1980), ossia con la nostra Dote innata, sommamente creativa ed originale, che tende a proteggerci e direzionarci anche nelle condizioni più sfavorevoli. Avete presente, ad esempio, quando tutto sembra andare a rotoli? quando sembra che la sofferenza sia un baratro nero, un buco senza fondo, da cui sembra impossibile emergere?. Beh! Ad un tratto, quando ci sembra di aver toccato il fondo, di non avere un appiglio, ecco che il nostro Talento, il nostro Genio richiama la nostra attenzione. Ecco che le le nostre attitudini, la nostra creatività reclamano degna presenza protettrice. Un Lampo di Genio nasce all'improvviso. Una frenesia interiore di creare, di dare sfogo alla propria passione interiore. Ci sentiamo, come ben descritto da Rogers (ivi), direzionati verso la nostra autorealizzazione, verso un moto interiore di crescita, unico ed irripetibile. La nostra Tendenza Attualizzante prende vita. All'improvviso. C'è dentro di noi qualcosa che ci attrae, che ci fa sperare, che non vuole arrendersi, che vuole ricominciare, nonostante il dolore, le perdite, le frustrazioni. Abbiamo germogli che vogliono fiorire, anche in condizioni sfavorevoli, anche in modo disperato (Rogers, 1980), magari che può sembrare futile (ivi). Ma è pur sempre un tentativo. Come quei, ormai famosi, germogli di patate che cercavano in tutti i modi di crescere e svilupparsi verso la Vita (ivi), verso un Lampo di Luce! La Tendenza Attualizzante è anche questo: un Lampo, un pensiero, un'emozione istantanea, una sensazione piacevole, un'azione assertiva e resiliente, un vedere con occhi nuovi la nostra realtà. Una creazione geniale. Una forza potente ed irreversibile: "Nel trattare con clienti le cui esistenze erano terribilmente complicate, nel lavorare con uomini e donne tra le pareti degli ospedali, penso ai germogli di quelle patate. Le condizioni in cui queste persone si sono sviluppate sono state così sfavorevoli da far sembrare le loro esistenze anormali, pervertite, scarsamente umane. Eppure, si può fare affidamento alla tendenza direzionata che alberga in loro. La chiave per capire il loro comportamento è che esse stanno lottando, con le uniche modalità che sentono di avere a disposizione, per muoversi verso la crescita, verso il divenire. Per le persone senza problemi, i risultati possono sembrare strani e futili, ma essi sono i disperati tentativi della vita di diventare se stessa. Questa potente tendenza costruttiva è la base che fa da sostegno all'approccio centrato sulla persona". (Rogers, 1980, trad. it., pp. 103 - 104).
Una tendenza alla Sopra - Vivenza, come ben evidenziato da Viktor Frankl, grande neurologo e psichiatra, sopravvissuto all'internamento dei Campi di Concentramento, che ha dedicato tutta la sua vita ad offrire Parola alla sofferenza, al fine di facilitare nella Persona, appunto, la sopra - vivenza al Dolore. Sopra - Vivere, infatti, significa vivere sopra al rischio di annientamento dell'Essere, trascendere la sofferenza che rischia di farci impazzire. Trovare la nostra dignità e le nostre potenzialità di Esseri Umani.

mercoledì 25 ottobre 2017

I saperi di uno psicoterapeuta rogersiano

La conclusione di ogni anno di studio presso il nostro Istituto dell'Approccio Centrato sulla Persona (IACP) era davvero molto emozionante. Emozionante per il fatto che, oltre all'autovalutazione cognitiva e all'esposizione di una tesina argomentativa, uno spazio era ed è tutt'ora dedicato a quello che chiamiamo "Autovalutazione". Un vero e proprio esercizio di congruenza, non facile, in quanto presuppone una certa onestà nel percepirsi e considerarsi, non solo come persone, bensì come professionisti. L'autovalutazione copre, da qui, tre aree del sapere: il "sapere", il "saper fare" ed, immancabilmente, il "saper essere" (IACP). Questa premessa mi è utile per introdurre cosa significhi per un rogersiano la "qualità dell'incontro interpersonale" (Rogers, 1962), ovvero quell'elemento (ivi) considerato più importante nel determinare l'efficacia della relazione, non solo terapeutica, bensì di tutti quei rapporti in cui "almeno uno dei protagonisti ha lo scopo di promuovere nell'altro la crescita, lo sviluppo, la maturità e il raggiungimento di un modo di agire più adeguato ed integrato nell'altro" (Rogers, 1961, trad. it., pag. 68). In tal senso, Rogers ci tenne a sottolineare come alla base della riuscita delle relazioni di aiuto uno degli elementi più funzionali ed efficaci, non fosse tanto la preparazione teorica e professionale, bensì la possibilità, della persona che offre il suo supporto e, nel caso specifico della clinica, del terapeuta di essere sufficientemente congruente, empatico ed accettante (Rogers, 1957;1961;1962; 1980), al fine di offrire al cliente un ambiente e clima facilitanti il suo processo di cambiamento. In altri termini, è fondamentale che il cliente possa percepire (Rogers, 1957) la qualità della sua presenza, del suo esserci nel qui ed ora della relazione. Ciò non significa assolutamente che la conoscenza teorica e la preparazione professionale non siano importanti: Rogers, in "Terapia Centrata sul Cliente" del 1951, nel capitolo dedicato al percorso formativo per i futuri terapeuti, indicò tra i requisiti un buon bagaglio culturale che non riguardasse solo la psicologia, bensì la filosofia, la letteratura, la biologia... E' l'utilizzo di questo sapere che fa la differenza. Il Sapere a cui si riferisce Rogers, alla stregua del concetto di diagnosi, non è un insieme di nozioni monolitiche, e, soprattutto, definenti la persona che abbiamo davanti: il Sapere riguardante i processi e funzionamenti psicologici, i criteri diagnostici, etc. non ha assolutamente lo scopo di affibbiare un'etichetta che definisca tout - court il soggetto sofferente che ci chiede aiuto. Il Sapere a cui ci riferiamo, da qui, non deve rappresentare una nostra modalità difensiva dall'incontrare autenticamente un'altra persona. Non deve rappresentare un baluardo contro l'emersione di eventuali angosce che l'Altro ci suscita con le sue emozioni e parole. Non deve divenire quella cortina di ferro che ci fa sentire al riparo, non solo dalle emozioni altrui, bensì dalle nostre, che ancora temiamo e  che, di conseguenza, distorciamo e non riusciamo a simbolizzare correttamente. Il Sapere, compreso anche quello diagnostico, a cui si riferisce Rogers, è uno strumento utile di conoscenza, ma che, se preso da solo, non è sufficiente a comprendere la persona che abbiamo davanti. E' un punto di partenza, un'ipotesi che può direzionarci verso la scelta o meno di un determinato trattamento di cura. Il Sapere è un mezzo per utilizzare le "condizioni necessarie e sufficienti" (Rogers, 1957) in modo profondamente soggettivo ed unico, perché unico ed irripetibile è il cliente che abbiamo davanti. Un Sapere che può diventare utile solo se accompagnato da un "saper fare", quindi un saper trasferire nella pratica d'aiuto ciò che il terapeuta ha appreso e compreso, attraverso un'educazione confluente (Bruzzone, 2007), ossia attraverso l'integrazione degli aspetti cognitivi/ideativi ed emozionali dell'esperienza, e, soprattutto, da un "saper essere", cioè l'essere,"senza timore, la complessità dei propri sentimenti" (Rogers, 1962, trad. it., pag. 90). Questo perché "quanto più il terapeuta è genuino e <congruente> nel rapporto, con tanta maggiore probabilità la personalità del cliente potrà modificarsi in quella stessa direzione" (ivi).

© Francesca Carubbi

© M. Schulz

"Da Donna a Madre. Da Madre a Donna". Ciclo di incontri di gruppo al femminile, mercoledì 22 novembre 2017, ore 20, Fano (PU)

GRUPPI ESPERENZIALI "DA DONNA A MADRE, DA MADRE A DONNA", mercoledì 22 novembre, ore 20 - 21:30
Mercoledì 22 novembre, dalle ore 20, prenderà avvio un ciclo di incontri di gruppo esperenziale (approccio rogersiano e bioenergetico), a cadenza quindicinale, dedicato alle mamme ed al loro complesso e delicato equilibrio nel conciliare il loro essere madri con l'essere donne, ossia con i loro spazi e desideri personali.
I gruppi si svolgeranno presso lo Studio Daimon, via B. Croce 1/a, Fano (PU).
Agli incontri si accede previa iscrizione (ai fini dell'iscrizione è previsto un colloquio conoscitivo da concordare, con le psicologhe)

Per info, costi ed iscrizioni:
Dott.ssa Francesca Carubbi, 338/4810340
Dott.ssa Annalisa Caprara, 331/1572439.
In allegato, la locandina


mercoledì 20 settembre 2017

Gruppi Esperenziali Rogersiani e Bioenergetici - 18 ottobre 2017

Da mercoledì 18 ottobre, prenderà il via un ciclo di incontri di gruppo esperenziali ad approccio integrato rogersiano e bioenergetico, per la gestione dello stress. Gli incontri avranno cadenza mensile e si svolgeranno presso lo Studio Daimon, via B. Croce 1/a, Fano (PU), dalle 20 alle 21.30. Ai gruppi si accede previa iscrizione (minimo 5 e massimo 10 partecipanti).

Per info e costi:

Dott.ssa Francesca Carubbi, psicologa e psicoterapeuta rogersiana: 338/4810340; info@psicologafano.com
Dott.ssa Annalisa Caprara, psicologa e psicoterapeuta ad indirizzo bioenergetico: 331/1572439; annalisa.caprara80@gmail.com









venerdì 8 settembre 2017

L'osservazione del funzionamento di personalità: tra gli stadi di cambiamento di Rogers e l'organizzazione strutturale di personalità di Otto Kernberg

Nel 1961, Carl Rogers pubblicò un interessante e fondamentale articolo su "On Becoming a Person", dal titolo "La Psicoterapia come Processo", in cui esplica e descrive, attraverso il lavoro di ricerca clinica, l'ipotesi di cambiamento e modificazione della personalità, in termine di processo. Da qui, l'Autore descrisse sette stadi del processo, lungo un continum: da una condizione di estrema "rigidità e di estraneità dalla propria esperienza" (ivi, trad. it., pag.115), ad uno stadio (il settimo), dove il cliente "sperimenta con immediatezza e con ricchezza di particolari dei sentimenti nuovi, sia nella relazione terapeutica sia fuori di essa" (ivi, trad. it., pag. 135). Per l'istituto IACP, Gianni Sulprizio ha creato un prezioso docmento che descrive, in maniera fruibile, il continuum emergente dei suddetti stadi, che viene utilizzato dagli addetti ai lavori rogersiani, anche per l'osservazione iniziale del funzionamento della personalità del cliente, che chiede aiuto, al fine di ipotizzare una direzione diagnostica ed il conseguente trattamento di elezione. Di seguito, le componenti dei suddetti:
1. Relazioni con i sentimenti;
2. Grado di contraddizione ed incongruenza;
3. Grado di apertura all'esperienza (Modo di esperire e sperimentare);
4. Capacità di Autorivelazione;
5. Modalità di costruzione dell'esperienza (Costrutti Personali);
6. Modalità di Problem - Solving;
7. Modalità delel Relazioni Interpersonali.
 Da qui, nella mia esperienza clinica, facilitata non solo dalla mia analisi personale, ma anche dalle mie supervisioni mensili, ho potuto apprendere l'efficacia, nell'assessment clinico (colloqui preliminari al percorso psicoterapeutico), dell'integrazione dell'Approccio Rogersiano con i contributi sulla clinica delle Relazioni Oggettuali di Otto Kernberg (1981) (sul raffronto e possibili punti in comune tra approccio rogersiano e psicoanalisi post - freudiana, ricordo l'interessante articolo di Paolo Migone, pubblicato, nel 1992 nella nostra Rivista "Da Persona a Persona", dal titolo "Rogers e la Psicoanalisi"),  per ciò che concerne l'osservazione dello stile relazionale (in termini psicoanalitici, la qualità delle Relazioni Oggettuali) tra cliente e terapeuta, essendo, il nostro, un approccio umanistico di carattere profondamente intersoggettivo, dove gli atteggiamenti del Terapeuta (Rogers, 1967), in termini di congruenza, empatia ed accettazione, sono lo strumento più efficace per determinare la riuscita, non solo della relazione terapeutica, bensì del processo di cambiamento del cliente. Vendendo al contributo della psicoanalisi, O. Kernberg, nel suo articolo del 1981, apparso su "Psychiatric Clinics of North America" (pp. 169 - 195)  descrive, per ciò che concerne l'Organizzazione di Personalità "tre generali caratteristiche strutturali: 1) integrazione d'identità o diffusione d'identità (e la connessa generale qualità delle relazioni oggettuali); 2)una costellazione di avanzate o primitive operazioni difensive, e 3) presenza o assenza di esame di realtà". Come può integrarsi questo paradigma psicoanalitico con quello umanistico - rogersiano? Facciamo un esempio: per ciò che concerne lo stato di ansia o di incongruenza del cliente, oltre a comprendere il grado in cui questa si configura (egodistonia o egosintonia), occorrerebbe capire (McWilliams, 1999) se questa sofferenza sintomatica riportata sia nata a causa di un fattore precipitante o sia stata comunque presente anche in passato; se ci sia stato un aumento considerevole dell'angoscia, soprattutto per ciò che concerne la sintomatologia nevrotica, o, al contrario ci sia stato un peggioramento generale dell'affettività e, connesso a questo, che strategie difensive sta utilizzando. E aspetto altrettaneto fondamentale, quanto la Persona, da un punto di vista relazionale, abbia la possibilità di interrogarsi sui propri problemi (quanto la persona, da un punto di vista rogersiano, possa assumersi la responsabilità del proprio cambiamento), al fine dell'instaurarsi di una salda alleanza terapeutica con il terapeuta, o quanto il cliente percepisca il professionista in modo ostile o salvifico (in termini rogersiani: quanto le relazioni siano vissute come pericolose o, al contrario, in modo aperto e libero), quindi come una sua estensione?. Ciò diviene importante al fine di distinguere lo stile di funzionamento del nostro cliente: assistiamo ad una sofferenza nevrotica, borderline o psicotica? Quanta "dose" di empatia, congruenza ed accettazione possiamo fare entrare nella relazione? Come dirigersi nell'ascolto? Quale bussola utilizzare nel facilitare una direzione di cambiamento? In altri termini: che trattamento pensiamo di attuare, nel continuum supportivo - espressivo (Luborsky, 1989; Gabbard, 1995)? Credo che, rispettando le reciproche differenze di paradigma, un'interrogazione su un possibile connubio tra Approcci sia, ancha alla luce di nuove sintomatologie, sempre più contraddistinte da una "liquidità" (Bauman, 2006) nelle relazioni, da una fragilità del Sé, da sensazioni pervasive di vuoto ed insoddisfazione interiori, sia funzionale per comprendere il vissuto dell'Altro, il suo senso di estraneità, la sua paura spesso disarmante e sopraffacente e la sua mancanza di radici. Di comprendere i continui mutamenti di ciò che consideriamo sofferenza psicologica.

mercoledì 6 settembre 2017

Incontro Aperto "Con - tatto: l'ascolto del Corpo per la Cura di Sé": info e iscrizioni

Vi ricordiamo che il termine ultimo per le iscrizioni è fissato per martedì 19 settembre. Per info e iscrizioni:
Dott.ssa Francesca Carubbi, 338/4810340; info@psicologafano.com
Dott.ssa Annalisa Caprara, 331/1572439; annalisa.caprara80@gmail.com


venerdì 28 luglio 2017

Orario Studio Daimon da Settembre 2017

Dal mese di settembre 2017, lo Studio avrà i seguenti orari:
- martedì: 16 - 20
- mercoledì: 16 - 20
- giovedì: 17 - 20
- venerdì 16 - 20
- sabato 11:30 - 13:30
SI RICEVE SU APPUNTAMENTO

lunedì 26 giugno 2017

Accettazione Positiva Incondizionata

Oggi parliamo di accettazione positiva incondizionata: accettare il cliente nei suoi vissuti, significa anche accettare tutti i suoi comportamenti?

giovedì 22 giugno 2017

Il cambiamento nella psicoterapia rogersiana

"...La terapia è un processo di apprendimento" (Rogers, 1951; trad. it. pag. 157).Nello specifico Rogers (1961), grazie alla sua esperienza e ricerca clinica, ha potuto sperimentare come, dopo la terapia, l'individuo fosse più capace di "affrontare le situazioni di stress emotivo e frustrazioni con maggiore tolleranza e minore ansietà" (ivi; 1961, trad. it. pag. 225). Da qui,"il cambiamento terapeutico non è un fenomeno di superficie, ma si verifica a livello delle funzioni autonome che l'individuo non può controllare coscientemente (ibidem).  In tal senso, lo stesso Kandel (1999) ha confermato l'efficacia della psicoterapia in termini di modificazioni cerebrali, da un punto di vista sinaptico e strutturale e, di conseguenza, del modo di esperire e di comportarsi dell'individuo. Ritornando, all'Approccio Rogersiano, in che cosa consiste il cambiamento psicoterapeutico?
Innanziatutto, bisogna ricordare che per Rogers (1961) il cambiamento non presuppone una modificazione da una rigidità e fissità omeostatica ad un modo di rapportarsi con se stessi e con l'ambiente ugualmente fisso e immutabile: il cambiamento psicoterapeutico, in soldoni, non ha l'obiettivo di giungere ad una "destinazione" certa e perennemente in equilibrio. In tal senso, Rogers (1959)  parla di "processo" psicoterapeutico che può essere considerato come un "continuum" (ibidem), che va da un funzionamento rigido, fisso e statico, dove l'individuo percepisce e si rapporta con sé e gli altri, attraverso costrutti , appunto, rigidi e considerati dati di fatto, dove i sentimenti sono poco differenziati o percepiti come minacciosi, come minacciose sono percepite le stesse relazioni (Sulprizio per IACP), ad un funzionamento contraddistinto da maggiore apertura all'esperienza e da profonda fiducia nella propria saggezza organismica (locus of evaluation interno): la persona arriva a percepirsi maggiormente come un organismo degno di fiducia, capace di porre scelte libere e responsabili. Scopo della psicoterapia, è allora, facililitare nell'individuo la sua Tendenza Attualizzante (Rogers, 1980), ovvero la sua spinta innata verso lo sviluppo e l'accrescimento delle sue potenzialità. Significa facilitare nell'individuo, grazie alle "condizioni necessarie e sufficienti" - congruenza, accettazione positiva incondizionata ed empatia (Rogers, 1957), l'emersione del suo vero sé, ossia dell'"essere ciò che veramente si è" (Rogers, 1961), ovvero di un unico e particolare modo di sentire, pensare e comportarsi "al di là delle apparenze", "al di là del dover essere" (ibidem), anche se ciò potrebbe significare allontanarsi dalle aspettative altrui. Significa percepirsi in un processo continuamente in trasformazione: "Sembra che i clienti giungano ad essere, in modo più aperto, un processo continuo, che fluisce e muta continuamente... Evolvono e sembrano contenti soprattutto di continuare a vivere nel fluire di una corrente. La necessità di trovare delle conclusioni e delle soluzioni definitive sembra diminuire" (ivi; trad. it. pag. 171). Significa scoprire il valore, soggettivo, unico ed irripetibile, di una "vita piena" (ibidem). Riassumendo: "partecipare ad un tale processo significa essere implicati nell'esperienza, spesso spaventosa e spesso soddisfacente, di una vita più ampia, più diversa e mutevole, più ricca" (ivi; trad. it. pag. 195) Il cambiamento, in tal senso, implica il "coraggio di essere" (ibidem).




Bibliografia:

Rogers, C. R. (1951) Client Centered Therapy, Houghton Mifflin Company, Boston. Trad. it., Terapia Centrata sul Cliente, edizione La Merdiana, Molfetta (BA), 2007

Rogers, C. R. (1957) "The necessary and sufficient conditions of therapeutic personality change", Journal of Cons. Psychol., 21. Trad. it. La Terapia Centrata sul Cliente, Martinelli, Firenze, 1994

Rogers, C. R. (1959) Research in Psychoterapy, Washington. D. C., A.P.A.. Trad. it., La Terapia Centrata sul Cliente, Martinelli, Firenze, 1994

Rogers, C. R. (1961) On Becoming a Person, CAP. VIII, Houghton Mifflin Company, Boston. Trad. it., La Terapia Centata sul Cliente, Martinelli, Firenze, 1994


Rogers, C. R. (1961) On Becoming a Person, CAP. IX, Houghton Mifflin Company, Boston. Trad. it., La Terapia Centata sul Cliente, Martinelli, Firenze, 1994

Rogers, C. R., (1980) A way of Being, Houghton Mifflin Company, Boston. Trad. it., Un Modo di Essere, Martinelli, Firenze, 1983





L'empatia secondo Carl Rogers

https://www.facebook.com/unrivoluzionariosilenzioso/videos/1454563227960279/

lunedì 5 giugno 2017

La personalità incongruente secondo Carl Rogers

C. Rogers, (1951), "Client Centerede Therapy". Tutti i diritti riservati
Per cercare di definire lo la personalità incongruente in un'ottica rogersiana, non si può non partire da due concetti chiave: il Sé e l'esperienza vissuta dell'Organismo. Infatti, per Rogers, la Persona è al centro del proprio campo percettivo e fenomenico, che percepisce e costruisce secondo propri valori e vissuti emotivi. Se l'organismo può godere di un clima facilitante lo sviluppo della propria Tendenza Attualizzante, l'individuo può sviluppare un adeguato "locus of evaluation" interno, ossia può sperimentare, percepire e scegliere ciò che ritiene più giusto per se stesso. In altre parole, la struttura del Sé, comprendente "le rappresentazioni delle caratteristiche della persona e delle sue relazioni, nonché dei valori con tali caratteristiche e relazioni" (Rogers, 1951, trad. it., pag. 387), è congruente con l'esperienza viscerale dell'organismo (Figura 2). Cosa succede, al contrario, alla persone non congruente o in stato di tensione psicologica? La figura n. 1 mostra, appunto, la personalità globale in un stato di ansia o incongruenza: i cerchi rappresentano la Struttura del Sè e l'esperienza viscerale. L'Area I di suddetti cerchi è rappresentato dalla percezione di sé congruente con la propria valutazione organismica degli eventi ("Locus of Evaluation interno" o "Sé oragnismico"). L'Area II concerne la parte di campo fenomenico formato dall'insieme dei valori, costrutti rigidi, emozioni, introiettati dagli altri significativi ("Sé ideale") ma percepiti, in modo distorto, come se fossero i propri. Mentre l'Area III è l'insieme delle esperienze viscerali negate alla coscienza, perché incompatibili con con la struttura del Sé ("Sé percepito"). Per riassumere, il soggetto, per non perdere l'accettazione e l'amore di altri significativi, impara ben presto a costruire il proprio Sé, secondo valori e percezioni altrui ("Sé ideale", ossia "ciò che dovrei essere per essere amato e non rifiutato) e a negare e distorcere esperienze incompatibili ("Sé Organismico" o "Vero Sè") con il proprio bisogno di coerenza interna. Tuttavia, può succedere, che a cusa, di particolari eventi, situazioni, questo stato di coerenza rigida ed apparentemente immutabile, si incrini: la persona inizia, allora, a percepire uno stato di sofferenza, di ansia a causa del nascente conflitto tra le istanze del Sé Ideale (che potremmo chiamare anche "Falso Sé") e le spinte che nascono dal proprio interno, ossia dai vissuti negati e distorti sino ad allora. Per spiegare meglio questo concetto, focalizziamoci sulle lettere dell'immagine. Come ci spiega Rogers (1951), esse rappresentano gli elementi dell'esperienza vissuta. Prendiamo, ad esempio, un ipotetico vissuto materno: una madre potrebbe pensare di sé "Sono una mamma davvero disponibile e premurosa" (lettera "a" - Area II). Questo costrutto può essere stato introiettato da valori familiari, da un particolare stile educativo che ha puntato sulla trasmissione di una figura materna ineccepibile. La questione centrale, da qui, è che la mamma in questione ha distorto suddetto valore, come se derivasse dalla propria esperienza viscerale. L'esperienza realmente vissuta sarebbe "Non sempre mi sento una mamma perfetta, avrei bisogno di aiuto. Di starmene un po' da sola...". Tuttavia, questa valutazione viscerale non può avere accesso alla coscienza in quanto incompatibile con l'immagine di sé, costruita nel tempo e, soprattutto, amata dai genitori. Il timore di perdere l'accettazione, fa sì che questa mamma, neghi all'esperienza questo vissuto di dolore. A ciò si aggiunga che questa mamma ha avuto effettive esperienze (lettera "b" - Area II) che le hanno confermato il suo valore di efficienza, con la conseguente  integrazione di suddette esperienze  nella struttura del sé, in quanto compatibili con quest'ultima. D'altronde, questa donna ha avuto anche esperienze di dolore, rabbia e frustrazione (lettera "c" - Area III) rispetto al proprio ruolo di madre. Esperienze, in altre parole, profondamente incongruenti, con l'immagine di sé e, di conseguenza, non simbolizzate alla coscienza, ma che emergeranno attraverso particolari vissuti sintomatici. Più ci sarà discrepanza percepita tra Sé Ideale e Sé reale, più ci sarà sofferenza psicologica.



martedì 23 maggio 2017

"America! America!" Un racconto sull'Alzheimer

"America! America!"

Il corridoio brulica di persone. E' orario di visita. Fuori, un tiepido sole sta tramontando tra gli olmi, dipingendo tutto intorno di un oro pallido. E' il panorama che si mostra agli occhi di Carmela. Ai suoi occhi stanchi, circondati da argentee occhiaie. Occhi che guizzano ad ogni piccolo e grande rumore. Occhi che cercano di comprendere dove si trovano. Occhi che tentano di non aver paura, che provano a trovare un appiglio in quel caos di voci sconosciute, di volti non decifrabili, di distanze troppo ravvicinate. Ad un tratto, un'infermiera esclama suadente il suo nome "Carmela, Carmela... Eccoti finalmente! Sono arrivati i tuoi figli ed i tuoi nipoti...non sei contenta?". Carmela distoglie lo sguardo dalla finestra che dà sul grande giardino, lì in quel salone anonimo, fatto di luci artificiali, linoleum ormai consumato e sedie tarlate...Con una mano tremante afferra il suo bastone, si alza e sente i propri muscoli pronti allo scatto, alla fuga. Carmela ha paura. Per quanto si sforzi, non riesce a concretizzare quelle bocche che le sorridono, quelle mani, troppe, che cercano di accarezzarla... "Chi siete? Chi sono?...", pensa, impotente. Cerca di cacciarli con le braccia, dimenandole, ma invano: loro non desistono, non mollano la presa. Carmela ha paura. Troppa. Inizia a piangere ed urlare. Ha paura che le possano fare del male. Ecco che arriva l"angelo bianco" (così lei lo chiama!), un simpatico dottore che inizia a parlarle molto, ma molto lentamente. Carmela pensa "quanto è buffo, cerca di imitare tutto ciò che faccio". E Carmela si sente sicura, perché sa che non le farà del male. "Carmela, non preoccuparti queste persone sono i tuoi figli... Hai le loro foto in camera". Con un cenno, l'"angelo bianco" mostra una foto a colori, molto recente. Ed ecco che Carmela non ha più timore. Un bambino dell gruppo porge all'anziana signora un vecchio album di fotografie "Tieni nonna, questo è per te". Carmela lo prende in mano ed inizia a sfogliarlo. Ci sono tante foto in bianco e nero. Carmela è colpita da una in particolare: c'è una bimbetta, che guarda irriverente l'obiettivo. E' vestita poveramente, ma il suo sguardo emana curiosità ed eccitazione...In mano tiene una bambolina, tutta vestita di pizzi e trine. Dietro di lei si scorge un'enorme nave, un transatlantico, forse..."Forse sono io", dice timidamente, quasi esitante. Alza i suoi occhi per trovare conferma. E la trova. Trova, in chi la guarda con speranza, empatia e calore. "Sì...sono io, esclama... era tanto tempo fa". "Ti ricordi altro?" domanda una signora ben vestita. Carmela cerca di sforzarsi, cerca di scovare, nel buio che la sovrasta, qualche frammento di ricordo... Ed ecco, che le sovviene l'odore del mare che l'avrebbe accolta per un lungo viaggio. Ed ecco, pian piano, affiorare la sua Catania, il rumorio del porto, il tiepido calore del sole, di un autunno di tanto tempo fa. Un autunno come quello di oggi. Ad un tratto, si ritrova in quella bambina, che sarebbe partita per gli Stati Uniti, per un futuro migliore, lontana dalla povertà e precarietà. Emozionata, allora, esclama "America! America!". La "mia America", dove ha vissuto per molti anni, dove ha trovato l'amore, dove ha cresciuto la sua famiglia. Ma, ahimè, le immagini si fanno sempre più sfocate. Più incerte, vacue: come quei corpi di cartapesta del Luna Park a cui manca il viso: Carmela non riesce a collocare più nulla in quei vuoti. L'unica cosa che ricorda è il suo indice, da bambina,
verso l'agognato approdo: "America! America!". E questo, per ora, le basta.
(foto:web)

mercoledì 19 aprile 2017

Stress da assistenza e codipendenza nel caregiver familiare

Quando si parla di codipendenza, si è solita attribuirla al familiare che assiste un proprio congiunto affetto da tossicodipendenza. In effetti, il termine di codipendenza nasce negli anni '50 del secolo scorso, nel campo di Alcolisti Anonimi (Carubbi, 2012), nello specifico all'interno dei gruppi di Al - Anon, per indicare una particolare modalità relazionale che la donna, compagna dell'etilista, poneva in essere con costui. Una modalità relazionale, di cui ci parla la stessa Norwood (1985), nel suo ormai famosissimo libro "Donne che amano troppo". Di cosa si tratta? Potremmo dire che la codipendenza dei familiari di alcolisti è l'altra faccia della medaglia della patologia dei loro cari. E' una vera e propria dipendenza, in questo caso relazionale ed affettiva, con specifiche caratteristiche:
- Ansia e depressione;
- Sensazione di essere sopraffatti emotivamente e di essere in continuo stato di allarme e di allerta;
- Disturbi stress - correlati;
- Vissuto salvifico di carattere onnipotente (la persona codipendente crede che se attuerà immani sforzi e controllerà l'altro, questi si salverà);
- Attribuzione di iper - responsabilità circa il benessere dell'assistito, con scarso senso di responsabilità verso il proprio di benessere ("annullamento personale");
- Negazione di avere un problema;
- Stile relazionale e comunicativo colpevolizzante o permissivo, che denota una modalità affettiva ambivalente;
- Rischio di abuso di sostanze;
- Scarsa resilienza e scarse strategie di problem solving, di coping;
- Bassa autostima e scarso contatto con le proprie emozioni, propri bisogni e desideri
.
Perché parlare di co - dipendenza anche per il caregiver familiare che assiste una persona con patologia cronica, quale ad es. i disturbi neurocognitivi maggiori (APA, 2013)? I dati ISTAT del 2015 riportano come il 21% della popolazione abbia più di 65 anni e i 75enni raggiungono i 6,6 milioni della popolazione. Per quanto riguarda la non autosufficienza, nel 2013 gli anziani con limitazione funzionali (criteri OMS: costrizione a letto, su sedia, problemi nell’attività quotidiana, difficoltà di comunicazione…) erano circa 2,5 milioni (Barbarella F., et al., 2015), di cui circa 600.000 con Alzheimer. Nei casi di assistenza alla persona non autosufficiente, L’ISTAT nell’anno 2011, nella sua indagine "La conciliazione tra lavoro e famiglia", ha rilevato che in Italia ci sono circa 3.330.000 persone tra i 15 ed i 64 anni che si prendono cura di adulti (inclusi anziani, malati e disabili), di cui due terzi nella fascia d’età 45-64 anni (Di Rosa M., et al., 2015) Per quanto riguarda, la distribuzione del carico di lavoro da assistenza, un'indagine del 2012 (L. Boccaletti – Anziani e non solo) ci informa come il 67% di chi assiste un proprio caro con patologie croniche e recidivanti sia composto da caregivers donne, contro il 33% di caregivers maschili. Suddetto dato è confermato da un'altra ricera, condotta a livello europeo e curata dalla Global Alzheimer's and Dementia Action Allianz (GADAA): in suddetto report, infatti, emerge come le donne siano le principali figure di assistenza ed accudimento dei loro congiunti non autosufficienti. Nello specifico, secondo i dati di questa ricerca, le donne hanno meno tempo per dedicarsi alla propria cura, poiché, oltre ai loro compiti professionali, sentono sulle loro spalle le responsabilità concernenti la gestione della vita domestica. Da qui, si può ben comprendere come i caregivers familiari possano incorrere in uno specifico stress da assistenza (burned), a causa del pesante fardello o "burden" asssitenziale (inteso come pressanti responsabilità legate al loro lavoro di sostegno e di cura), con la conseguente sottovalutazione dei propri bisogni bio – psico – sociali (emotivi, di sostegno, di delega e di preservazione di sani spazi personali), ovvero con la conseguente minimizzazione della cura di sé e quindi, con il rischio di instaurare una  co - dipendenza da assistenza.

mercoledì 15 marzo 2017

Resilienza: una particolare Tendenza Attualizzante

Il concetto di Tendenza Attualizzante è molto affascinante. Come ci ricorda Rogers (trad. it., 1983), questa è un processo direzionato nella vita, una spinta verso l'accrescimento, anche quando le condizioni del contesto non sono favorevoli. In tal senso, mi sovviene quanto la Resilienza personale sia una particolare tendenza al non piegarsi, al non sprofondare quando tutto, ahimè, sembra andare contro corrente, alla deriva. Una resistenza psicologica, un profondo senso di empowerment personale che ci spinge verso l'alto, che ci dà la sensazione di galleggiare, nonostante le tempeste della vita. Ciò non significa che, grazie alla resilienza, siamo illusoriamente forti, privi di fragilità e vulnerabilità o infallibili. Anzi, per parlare davvero di resilienza, per entrare nel suo più autentico significato, non possiamo esimerci dal sentire in modo congruente o autentico tutta la sofferenza che ci attanaglia. Non possiamo esimerci dal sentire la rabbia, il dolore, la frustrazione. Non possiamo esimerci dal nominarle correttamente. Se dovessimo arrivare a negare queste esperienze spiacevoli, al fine di sentirci ingannevolmente difesi dall'angustia, allora sì che il termine resilienza non sarebbe più adatto: dovremmo parlare di falsa onnipotenza o, al contrario, di paralizzante impotenza. La resilienza, ovvero il tentativo di sopravvivere all'angoscia annichilente, può emergere solo dall'attraversamento del dolore, solo dall'autenticità, solo dal riconoscimento e dall'accettazione che in certi momenti della vita che abbiamo bisogno di trovare una nostra peculiare modalità di vivere, anche la più coartata e disperata. In tal senso, lo stesso sintomo psichico è una scelta dell'organismo per dare un significato a ciò che sembra sfuggire al proprio controllo. Una forma di auto - cura che, seppur precaria, come possiamo osservare in gravi psicopatologie o in quei caregivers familiari che lottano tutti i giorni per assistere i loro cari, permette all'individuo di orientarsi come meglio può. Come quei famosi germogli, descritti da Rogers in "A Way of Being"(trad. it., 1983, pp. 102 - 103): "... Questi germogli erano, nella loro crescita bizzarra e futile, una sorta di espressione disperata della tendenza direzionata che ho descritto. Essi non sarebbero mai diventate piante, mai avrebbero realizzato il loro potenziale reale. Essi tentavano di realizzarlo, però, anche nelle circostanze peggiori".
Come? Credo che ognuno possa trovare una risposta dentro di sé per come meglio vivere il proprio senso di precarietà, per come trovare un modo di respirare e non rimanere in apnea. Partendo anche dalle cose scontate, dalla bellezza dei particolari, dal fascino delle piccole cose, dal piacere delle proprie routine: sentire il calore di un raggio di sole sul proprio volto, percepire la bellezza di un pesco in fiore, ascoltare i propri passi durante una camminata (scegliendo, magari, quel luogo che vi ha sempre ispirato o che non vedete da tempo), scrivere, leggere, immergendovi con passione in quello che state creando. Non pensate che ci voglia tanto tempo: bastano anche pochi minuti. Ma quei minuti saranno preziosi se vi permetteranno di tornare al vostro più intimo sé. Se vi permetteranno di volervi bene.

martedì 21 febbraio 2017

Un rivoluzionario silenzioso - Carl Rogers

Pagina Facebook - Un rivoluzionario silenzioso - Carl Rogers

Per chi possiede Facebook, segnalo una pagina creata da me, finalizzata ad approfondire il prezioso contributo dell'Approccio Centrato sulla Persona nel campo delle relazioni di aiuto.
Buona lettura
Immagine: wikipedia

lunedì 23 gennaio 2017

Dar voce al dolore: la vera resilienza

La vita non è sempre come la desideriamo. Capita, a volte, che gli eventi non vanno come vorremmo. Raggiunto un nostro equilibrio, questo sembra poi arrestarsi. Le emozioni divengono sopraffacenti e soverchianti. Ci sembra che il destino si accanisca contro di noi e che i nostri piani vadano a rotoli. Tutto si ferma e ci pare di vivere dentro una bolla di irrealtà. Tutto si fa più faticoso ed estenuante. Non vorremmo, mai e poi mai, sentire tutto quel dolore che ci sovrasta, che ci dilania, che non ci fa respirare. Una costante trepidazione che ci attanaglia. L'istinto sarebbe quello di negare cosa ci sta accadendo, di trovare una spiegazione al senso di ingiustizia che percepiamo. O, nel peggiore dei casi, di cercare di sedare invano la sofferenza, attraverso pratiche lesive per noi stessi. Tendiamo a vergognarci della nostra vulnerabilità, della nostra fragilità, del bisogno di disperarci, di piangere, di arrabbiarci, di urlare al mondo la nostra disperazione. Ci vorremmo sentire illusoriamente onnipotenti ed autosufficienti, negandoci, così, il diritto a chiedere un sano aiuto. Non vorremmo fermarci, arrenderci in quei momenti, a lasciarci attraversare dal dolore. Ma è davvero possibile? E' davvero possibile barricarci dietro una cortina di ferro? Di insensibilità? Di apparente normalità? In tal senso che cosa significa davvero essere resilienti? Significa davvero diventare tout - court forti e resistenti eludendo la sofferenza? O, al contrario, come sosteneva lo stesso Viktor Frankl "sopra - vivere" ad essa? Vivere sopra al dolore, infatti, non presuppone un suo diniego, bensì un suo, seppur faticoso, attraversamento. Una piena integrazione della sofferenza nella propria esperienza. Un apprendere da essa. Una graduale accettazione di ciò che è stato. Inevitabilmente ed ineluttabilmente. Significa darci pieno ascolto. Divenire empatici con noi stessi. Senza remore e giustificazioni. Significa poterci arrendere nel "qui e ora", nel non contrastare la corrente. Nel non contrastare la piena di emozioni che nascono dal nostro organismo. Significa dar loro un nome, un significato, un senso. Sì, perché dinanzi ad episodi della vita davvero angoscianti e destabilizzanti (gravi malattie, lutti, catastrofi...) è normale provare tutto ciò. Non si può fare altro. Come disse Shakespeare  "Date al dolore la parola; il dolore che non parla, sussurra al cuore oppresso e gli dice di spezzarsi”.