martedì 27 settembre 2016

"Spesso il male di vivere ho incontrato...": il vissuto melanconico

"Spesso il male di vivere ho incontrato
era il rivo strozzato che gorgoglia

era l'incartocciarsi della foglia

riarsa, era il cavallo stramazzato. 
Bene non seppi, fuori del prodigio

che schiude la divina Indifferenza:

era la statua nella sonnolenza

del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato"
Eugenio Montale,  1925


Ho scelto questa poesia, questa lirica, perché molto evocativa per il mio intento, irto e difficoltoso, di descrivere ciò che i clienti con melanconia (per il DSM 5, Depressione Maggiore) riportano in qualità di vissuti, di descrizioni sintomatiche, all'interno della stanza terapeutica. Assistiamo, infatti, ad una sofferenza pervasiva, costante, che blocca il soggetto nella sua sperimentazione, nella sua apertura all'esperienza. Condannato ad esserne uno spettatore, che la osserva da lontano. Talvolta, descritta come impossibilità a cogliere il flusso della vita, le sue sfumature, le sue opportunità. "vivere è una sofferenza, è faticoso", questa è, spesso, la frase emblematica che racchiude il tutto. Il male di vivere, la mancanza di piaceri ed interessi (anedonia), l'appiattimento e ottundimento affettivo, il senso di vuoto, di frustrazione e di insoddisfazione, la mancanza di volontà (abulia), il rallentamento psico - motorio (letargia), sono tutti vissuti che la persona porta con sé, sulle proprie spalle, strozzandola
, appunto, in una monotonia senza fine, in un'angoscia annichilente e sopraffacente, che, ai suoi occhi, può essere debellata solo con la fine della vita, in quanto la visione del futuro è profondamente pessimista, negativa. Non c'è soluzione. Non c'è speranza. Perché così è sempre stato e così sempre sarà. L'angoscia è così divorante che non sempre la persona depressa trova le parole per descriverla: essa viene tenuta a bada attraverso un' immobilità psico - corporea, magari ritirandosi socialmente, evitando relazioni, ripiegandosi su se stessi. Con questi clienti ho la sensazione di essere dinanzi a quei bambini, di cui ci ha parlato Spitz, che non sono stati investiti libidicamente ed empaticamente, che non sono stati curati nell'anima, che non sono stati riconosciuti nel loro diritto di vivere, di emozionarsi, di godere di una base di attaccamento sicura, amorevole e affidabile. Bambini che, da qui, sono entrati in una dolorosa spirale depressiva, chiudendosi sempre più in se stessi, divenendo sempre più ottunditi, letargici, intorpiditi ed affettivamente appiattiti  (depressione anaclitica), fino a morirne. La vita, allora, non è vista come un'opportunità, ma come una condanna senza fine, come quella foglia riarsa che giace sul terreno. Empaticamente, potremmo chiederci "come posso avere speranza nella vita, nelle relazioni, se le prime esperienze sono state frustranti, abbandoniche? Come posso avere fiducia, aspettative, sogni, desideri, se non mi hanno investito di desiderio? Se non mi hanno riconosciuto?" Da un punto di vista terapeutico, diviene centrale  instaurare una profonda ed umana alleanza terapeutica, grazie alla quale il cliente possa, pian piano fidarsi del terapeuta, come una sufficiente base sicura capace di tollerare e dare senso e significato ai vissuti di angoscia, cogliendo gli eventuali segnali prodromici all'ideazione suicidaria, attraverso un ascolto attento, accettante, empatico e congruente (Rogers, 1962), lungo un continuum supportivo - espressivo (Gabbard, 1994), affinché quella foglia riarsa, possa divenire un piccolo germoglio di speranza in un deserto assetato.