mercoledì 13 aprile 2016

Incontro gratuito "I LOVE LIKE", sabato 30 aprile 2016, ore 17

 Quanto i Social influenzano la nostra autostima? Quanto, soprattutto per gli adolescenti, il numero di "amici" e di "like" riflette, in positivo o in negativo, il loro valore personale, la loro fiducia in sé? Se ho pochi "amici" su Facebook, è perché non piaccio? C'è un rischio che la propria falicità ed il proprio benessere derivino dalla nostra o meno popolarità in rete? Quanto il confronto con le vite degli altri condiziona il giudizio che diamo a noi stessi? L'incontro gratuito, rivolto a genitori di pre a adolescenti, vuole essere un'opportunità di confronto, sensibilizzazione ed informazione sull'uso adeguato dei Social, anche attraverso lo scambio di esperienze personali.



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lunedì 11 aprile 2016

la solitudine dei caregivers

Ci sono tante solitudini. Solitudini scelte per ritrovarsi, per non annaspare, per rigenerarsi ed entrare in contatto con se stessi. E, poi, ci sono le solitudini che non vorremmo scegliere, che non hanno nulla di piacevole; una chiusura a riccio, così l'ha definita un familiare durante un incontro di counseling, per non sentire il giudizio di chi è pronto a biasimare, moralizzare ma  non ad empatizzare, per non percepirsi inadeguati nell'assistenza al loro caro. Ci sono tanti, troppi caregivers (coloro che si prendono cura, in un ambiente domestico, di una persona non autosufficiente, ossia limitata nelle sue autonomie) che non hanno voce, potere, perché la società non li ascolta in modo adeguato, perché ciò che provano a comunicare, il dolore, l'angoscia, l'impotenza, la rabbia e la frustrazione non hanno posto, ma sono rilegate nelle loro case, in un doloroso silenzio che vale più di mille parole. Familiari che temono di non essere compresi empaticamente nelle loro difficoltà: "non so se mi spiego bene", "non so se mi riesce a capire": quante volte ho sentito queste frasi, epifenomeno di una difficoltà nel tradurre a parole i loro sentimenti, anche quelli più scomodi, quelli più ambivalenti. Spesso, infatti, il caregiver si responsabilizza tantittissimo per la persona che assiste, annullandosi e distorcendo i propri vitali bisogni di autonomia, riposo e tempo per sé. Ai loro occhi, in altre parole, prendersi cura di se stessi diviene impensabile ed egoistico. Così la rabbia, la stanchezza vengono represse, perché chi assiste, e sovente sono più le donne a rinunciare ad importanti aree di soddisfazione ed autorealizzazione, deve dare il massimo e non deve abbandonare il proprio caro. I caregivers sono tanti: figli di genitori con demenza, lesioni vascolari; genitori di figli disabili; familiari di persone affetti da disturbi psichiatrici, alcol e dipendenze patologiche. A questi vorrei dedicare queste parole di Rogers, anche lui caregiver di sua moglie Ellen. Parole che ci fanno apprendere come il contatto con se stessi, con la nostra congruenza, quindi con il proprio sconforto, con ciò che ci fa arrabbiare, con le nostre fatiche e limiti, non solo ci fa sopravvivere, ma permette un incontro più onesto, più congruente, accettante ed empatico e meno crivellato da sensi di colpa con il proprio assistito, che, come noi, ha propri bisogni da soddisfare:
«In questo periodo ho avuto alcune esperienze dolorose e molte altre piacevoli. Lo stress maggiore è stato quello che mi ha visto impegnato contro la malattia di mia moglie… L’ho sconcertata e ferita io stesso con la mia vita indipendente. Mentre stava così male, io mi sentivo pesantemente oppresso dalla nostra intima comunanza, accentuata  dal suo bisogno di cure… Così nel nostro rapporto ci sono più tensioni e difficoltà di quante ce ne siano mai state in passato, c’è una varietà sentimentale più ricca che tentiamo insieme di elaborare, ma c’è anche più onestà in questo tentativo di costruire nuovi modi per stare insieme…Un giorno, mentre era ormai vicinissima alla morte… mi ritrovai a dirle quanto l’avessi amata, quanta importanza lei aveva avuto nella mia vita» (Rogers, 1980, trad. it. pp. 70 - 71 - 82)