martedì 27 settembre 2016

"Spesso il male di vivere ho incontrato...": il vissuto melanconico

"Spesso il male di vivere ho incontrato
era il rivo strozzato che gorgoglia

era l'incartocciarsi della foglia

riarsa, era il cavallo stramazzato. 
Bene non seppi, fuori del prodigio

che schiude la divina Indifferenza:

era la statua nella sonnolenza

del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato"
Eugenio Montale,  1925


Ho scelto questa poesia, questa lirica, perché molto evocativa per il mio intento, irto e difficoltoso, di descrivere ciò che i clienti con melanconia (per il DSM 5, Depressione Maggiore) riportano in qualità di vissuti, di descrizioni sintomatiche, all'interno della stanza terapeutica. Assistiamo, infatti, ad una sofferenza pervasiva, costante, che blocca il soggetto nella sua sperimentazione, nella sua apertura all'esperienza. Condannato ad esserne uno spettatore, che la osserva da lontano. Talvolta, descritta come impossibilità a cogliere il flusso della vita, le sue sfumature, le sue opportunità. "vivere è una sofferenza, è faticoso", questa è, spesso, la frase emblematica che racchiude il tutto. Il male di vivere, la mancanza di piaceri ed interessi (anedonia), l'appiattimento e ottundimento affettivo, il senso di vuoto, di frustrazione e di insoddisfazione, la mancanza di volontà (abulia), il rallentamento psico - motorio (letargia), sono tutti vissuti che la persona porta con sé, sulle proprie spalle, strozzandola
, appunto, in una monotonia senza fine, in un'angoscia annichilente e sopraffacente, che, ai suoi occhi, può essere debellata solo con la fine della vita, in quanto la visione del futuro è profondamente pessimista, negativa. Non c'è soluzione. Non c'è speranza. Perché così è sempre stato e così sempre sarà. L'angoscia è così divorante che non sempre la persona depressa trova le parole per descriverla: essa viene tenuta a bada attraverso un' immobilità psico - corporea, magari ritirandosi socialmente, evitando relazioni, ripiegandosi su se stessi. Con questi clienti ho la sensazione di essere dinanzi a quei bambini, di cui ci ha parlato Spitz, che non sono stati investiti libidicamente ed empaticamente, che non sono stati curati nell'anima, che non sono stati riconosciuti nel loro diritto di vivere, di emozionarsi, di godere di una base di attaccamento sicura, amorevole e affidabile. Bambini che, da qui, sono entrati in una dolorosa spirale depressiva, chiudendosi sempre più in se stessi, divenendo sempre più ottunditi, letargici, intorpiditi ed affettivamente appiattiti  (depressione anaclitica), fino a morirne. La vita, allora, non è vista come un'opportunità, ma come una condanna senza fine, come quella foglia riarsa che giace sul terreno. Empaticamente, potremmo chiederci "come posso avere speranza nella vita, nelle relazioni, se le prime esperienze sono state frustranti, abbandoniche? Come posso avere fiducia, aspettative, sogni, desideri, se non mi hanno investito di desiderio? Se non mi hanno riconosciuto?" Da un punto di vista terapeutico, diviene centrale  instaurare una profonda ed umana alleanza terapeutica, grazie alla quale il cliente possa, pian piano fidarsi del terapeuta, come una sufficiente base sicura capace di tollerare e dare senso e significato ai vissuti di angoscia, cogliendo gli eventuali segnali prodromici all'ideazione suicidaria, attraverso un ascolto attento, accettante, empatico e congruente (Rogers, 1962), lungo un continuum supportivo - espressivo (Gabbard, 1994), affinché quella foglia riarsa, possa divenire un piccolo germoglio di speranza in un deserto assetato.

venerdì 5 agosto 2016

congruenza e fallibilità: il coraggio e la sfida di essere se stessi

"La relazione psicoterapeutica non deve essere un'educata conversazione o una chiacchiera da salotto, ma deve avere il carattere dell'immediatezza: lo psicoterapeuta non deve mai mentire, né cercare di compiacere o impressionare. Deve restare se stesso, il che significa che deve aver lavorato con se stesso" (Eric Fromm). Deve essere, in altri termini, autentico, senza maschere. L'autenticità o congruenza è infatti una delle condizioni necessarie e sufficienti descritte da Rogers (1957; 1962) che caratterizzano la relazione di cura e ne promuovono l'efficacia in termini di ascolto e di processo di cambiamento del cliente. E' una capacità assai complessa ed ardua, oserei dire coraggiosa, perché presuppone che lo psicoterapeuta sia in costante contatto, nel "qui e ora" della relazione con tutte le sue esperienze viscerali, emotive e cognitive che attraversano il suo organismo. Presuppone che il terapeuta non distorca i propri vissuti più autentici, anche se  possono essere percepiti come scomodi: paura, noia, rabbia, orgoglio e così via. Quando ciò non succede, per problemi o difese personali, non volendo trasmettiamo inautenticità nel professare il nostro mandato. Personalmente, mi accorgo di essere incongruente quando ho difficoltà ad accettare dentro di me, perché antitetico ai valori del mio sé ideale di perfezione, di senso del dovere, di controllo, l'emozione di paura che sento quando inizio un primo incontro con un nuovo cliente: la paura di fare brutta figura, di non essere all'altezza, di non essere sufficiente brava, di non essere scelta, insomma il non sentirmi come dovrei essere, non viene sempre accolta in me in modo accettante, non viene sempre integrata nell'insieme della mia esperienza, con il risultato di essere percepita come distante e fredda nella relazione: l'altro percepisce un atteggiamento che io pensavo di non trasmettere, ossia la mia area cieca, non sempre per me sufficientemente consapevole. E quando succede mi dispiace, perché sento di aver perso un'occasione importante per instaurare una relazione autentica con l'altro. Ma ho appreso che si può apprendere dall'errore, che ho la capacità di sintonizzarmi di nuovo su me stessa, che posso rafforzare la mia congruenza e comunicare autenticità, soprattutto in quei momenti in cui il cliente, che porta in stanza la sua storia e le sue modalità relazionali, possa "accusarmi", appunto, di essere stata troppo fredda e distante nella relazione. Queste modalità relazionali del cliente possono essere interpretate diversamente, a seconda dell'approccio di cura utilizzato, della visione della natura umana (la persona è un organismo degno di fiducia, libero e responsabile, quindi capace di scelta, di saggezza interna organismica? Ritengo che sappia valutare da solo ciò che è importante per il suo benessere e ciò che lo nuoce? Posso leggere le sue difficoltà personali e relazionali non solo come modalità difensive, resistenze, ma come una sua peculiare forma di sopravvivenza? Posso considerare il suo sintomo come un tentativo attualizzante verso la crescita? Posso accettarlo per quello che è o sento di doverlo manipolare o cambiare?) e della responsabilità del cliente e terapeuta all'interno del setting (considero il cliente responsabilmente libero nel suo processo di cambiamento? Posso permettermi di considerarlo una fonte di apprendimento per il mio lavoro, anche di eventuali miei errori o difficoltà? Un agente che ha in sé le basi della salute mentale? Posso facilitarlo nella esplorazione e comunicazione del rapporto con me? Posso permettergli di esprimere sentimenti di rabbia, di paura, di amore,senza sentirmi minacciato nel mio valore personale, dignità e stima? Posso accettare come reali le sue perplessità, i suoi dubbi, le sue emozioni e pensieri senza considerarli, tout court, proiezioni inconsce? Posso facilitarlo nell'essere davvero pienamente se stesso? O, al contrario, ho resistenze a facilitare la sua autenticità anche se questa non corrisponde ai miei valori? Posso confrontarmi con lui "da persona a persona"?). Vendendo al nostro esempio, come terapeuta posso permettermi di aprirmi a questi feed - back senza sentirmi, a mia volta, minacciata? Senza per forza doverle leggere da un punto di vista transferale, ma come sentimenti reali nel "qui e ora"? Possono essere per me una bussola per rinsaldare la mia congruenza e saperla comunicare? Posso mettermi in discussione senza svilire la mia professionalità e, soprattutto, il mio modo di essere? Posso accettarmi come sono? Posso permettermi e legittimarmi di comunicare ciò che sono realmente, compresi i miei umani limiti e difficoltà? Per dare una prima risposta a queste domande, ho appreso che, sempre che i miei rimandi siano reali, rilevanti e pronti, posso essere trasparente sulle mie fragilità, sulla mia condizione umana, sulle mie emozioni, se ne sento l'utilità, ovvero se percepisco che ciò potrebbe facilitare un processo di cambiamento nel cliente, una sua responsabilizzazione nel suo percorso, una sua implicazione nel sintomo o problematica che porta e una presa di consapevolezza del suo funzionamento. La terapia è un processo coraggioso e rischioso perché non possiamo esimerci dal metterci congruentemente in discussione, dall'essere sufficientemente autentici, accettanti ed empatici, dall'incarnare un nostro modo di essere (Rogers, 1980) unico ed irripetibile, rischiando e aprendosi agli errori, alle nostre difficoltà anche quelle che ci rimandano i nostri clienti, senza arroccarci in posizioni a loro volta difensive ed aggressive, ma apprendendo da questi e rispettandoci con benevolenza ed accettazione, anche quando sentiamo di aver fallito nella nostra congruenza, anche quando non ce ne accorgiamo subito, anche se siamo, quindi, irrimediabilmente umani, anche se il nostro sé ideale ci vorrebbe perfetti: "Io rifiuto qualsiasi pretesa organizzata e una conoscenza oggettiva dell'uomo. Conosco solo quello che ottengo con il sudore della fronte a partire dalla mia lotta personale per rimanere vivo. La psicoterapia non è una routine professionale. Il paziente è "come me". Io rifiuto il concetto di una qualsiasi frontiera personale tra noi due. O ce la faccio come persona o fallisco" (Richard Johnson)

giovedì 4 agosto 2016

Meditazione ed Apprccio Centrato sulla Persona: noi come un bellissimo tramonto

"Uno dei sentimenti più gratificanti che io conosca - ed una delle esperienze che meglio promuovono la crescita dell'altra persona - sorge dall'apprezzare un individuo nello stesso modo in cui si apprezza un tramonto. Le persone son altrettanto meravigliose quanto i tramonti se io li lascio essere ciò che sono. In realtà, la ragione per cui forse possiamo veramente apprezzare un tramonto è che non possiamo controllarlo." (Rogers, 1980, trad. it., pag. 25). Queste bellissime parole servono a far comprendere come le pratiche meditative possano essere un valido aiuto per sviluppare, in noi,   quello che, nell'Approccio Centrato sulla Persona, chiamiamo autentica accettazione. Infatti, la meditazione, attraverso una progressiva attenzione e consapevolezza psico - corporea nel presente,  nel "qui e ora",  permette di entrare in contatto con le sensazioni che nascono nel nostro organismo, simbolizzandole correttamente ed accettandole per ciò che realmente sono, senza la volontà di cambiarle. Da qui, uno degli aspetti salienti della meditazione è l'assenza di giudizio, che permette una maggiore accettazione delle esperienze percepite come stressanti ed emotivamente dolorose, attraverso un loro accoglimento autentico (lasciare andare) (Berna, 2011). Come ci informa Rogers, infatti, quando osserviamo un tramonto non pretendiamo di modificare ciò che vediamo, non vogliamo cambiare la tonalità dei suoi colori o la intensità della sua luce (Rogers, 1980): semplicemente ne rimaniamo affascinati e lo accettiamo per ciò che è. Perché non farlo con noi stessi? In termini di gestione dello stress ciò è molto importante: il distress (stress nocivo) è uno stato di allerta cronica psico - fisica che mette in atto il nostro organismo verso stimoli considerati minacciosi. Esso è caratterizzato, oltre che da una perdita di consapevolezza delle nostre risposte emotive e comportamentali (automatismo), da sintomi ben specifici, come accelerazione della frequenza cardiaca, insonnia, nervosismo, ipervigilanza, ansia depressione, scoppi di ira o crisi di pianto, somatizzazioni, sintomi di conversione (ad es. depersonalizzazioni e derealizzazioni). Inoltre, sappiamo dagli studi nella psicoimmunologia che lo stress incide notevolmente sul funzionamento del nostro sistema immunitario, abbassandone le difese, rendendoci, in tal modo, più soggetti all'aggressione di malattie (Berna, 2011). In tal senso, la pratica della meditazione consente un profondo ascolto dei vissuti mentali e delle sensazioni corporee, permettendone una loro maggiore integrazione, in termini di funzionamento: la possibilità di defluire emozioni spiacevoli, di metabolizzarle e di conoscerle e,
soprattutto, di accettarle autenticamente ed empaticamente (Rogers, 1957) per ciò che sono permette una loro migliore integrazione psico - corporea, incidendo favorevolmente sul funzionamento del nostro organismo, inteso come unità bio - psico - sociale. Con la pratica della meditazione, infatti, possiamo notare i seguenti benefici, descritti anche in studi scientifici internazionali (Università di Harvard, Wisconsin, Singapore, California):
- aumento della concentrazione e della consapevolezza e quindi minor automatismo mentale;
- potenziamento della capacità di problem solving;
- potenziamento dell'empatia;
- riduzione dello stress, del senso di paura;
- promozione del rilascio di sostanze antiinfiammatorie;
- abbassamento della pressione sanguigna ed aumento della temperatura corporea.
La meditazione, insomma, permette di iniziare ad essere maggiormente benevoli con noi stessi, con la nostra mente e con il nostro corpo, come se fossimo un bellissimo tramonto.

mercoledì 3 agosto 2016

L'arte del prendersi cura... non sempre così scontata

Si è detto molto sui fatti orribili avvenuti all'asilo di Milano. Solo l'ultimo esempio di tanti casi di cronaca, dove l'aggressività, il terrore si sono sostituiti all'arte dell'accoglienza, dell'educazione e della cura dell'altro. Eventi, questi, che non possono non farci indignare, perché così ingiustificabili e crudeli, soprattutto quando le vittime sono esseri così piccoli. Da qui, con queste righe non è mia intenzione di giustificare tali agiti, ma vorrei cercare di comprendere le basi, le eventuali falle del sistema, le difficoltà personali di chi educa, che potrebbero stare alla base di questi exploit profondamente aggressivi. Educare è un'arte professionale molto difficile: è cercare di far emergere nei bambini e nei ragazzi le loro potenzialità, i loro desideri più intimi, le loro aspirazioni. Percepirli come splendidi e promettenti germogli che, per crescere, necessitano di modalità relazionali e comunicative accettanti, autentiche ed empatiche, ma anche genuinamente autorevoli ed assertive. Insomma, l'educatore si trova all'interno di un delicato equilibrio, dove l'importanza della didattica curricolare, sovente nozionistica e di trasmissione passiva, dovrebbe andare di pari passo con la cura della soggettività ed unicità dell'allievo, attraverso una partecipazione attiva e curiosa di questi. Quest'ultimo aspetto concerne la promozione della cura dei sentimenti, la facilitazione della loro corretta simbolizzazione, cioè supportare ciò che Goleman definisce "intelligenza emotiva". Lo stesso Rogers (1969), nel suo libro "Freedom to Learn" ci esorta a non dimenticare mai che scopo dell'educazione è l'acquisizione, da parte del bambino, di una propria responsabile libertà nel proprio processo di apprendimento, tramite un'educazione confluente (Bruzzone, 2007), dove lo sviluppo emotivo e quello cognitivo vanno di pari passo, affinché il bambino possa considerarsi una persona profondamente fiduciosa nelle proprie valutazioni riguardo al proprio apprendimento, la propria vocazione, i propri gusti, le proprie scelte. L'emozione permette al bambino di esplorare dentro di sé ciò che desidera conoscere, essere e fare: preferisce, ad esempio, le attività sportive, come il correre? Le abilità manuali, come il costruire? Le attività espressive? Da cosa lo possiamo capire? Dall'ascolto empatico, dalla sua osservazione non possessiva e controllante. Ciò ci permette di comprendere il suo punto di vista, la minore o maggiore curiosità rispetto a determinate attività proposte. Ma la sfida più grande per un educatore è quella di empatizzare anche con aspetti più scomodi e faticosi del bambino come ad esempio comportamenti provocatori, atteggiamenti oppositivi o aggressivi. Un educatore stanco, stressato, non supportato  emotivamente e psicologicamente avrà molta più difficoltà a comprendere empaticamente l'emozione sottostante a questi comportamenti e ad essere assertivo e limitante verso suddetti atteggiamenti inaccettabili. Per far ciò, l'educatore deve essere,  per primo, capace e sufficientemente congruente con sé stesso, ossia essere autentico nel percepire correttamente e senza giudizio, i propri vissuti personali, sia per ciò che riguarda la motivazione della propria scelta lavorativa, le aspettative a riguardo, sia su eventuali difficoltà che potrebbe incontrare: "Mi piace ciò che faccio? Perché ho scelto proprio questo lavoro? Che aspettative ho a riguardo? E' talmente faticoso per me lavorare con i bambini, che sento di perdere le staffe ad ogni loro capriccio? E se fosse così, quali strumenti attivo per proteggermi dallo stress di assistenza e di cura e per proteggere loro? Posso fermarmi, delegare, prendermi una pausa? Posso chiedere aiuto? Mi posso permettere di essere una persona profondamente umana, con fragilità e limiti? Cosa provo emotivamente quando un bambino si arrabbia o diventa aggressivo? Cosa mi aspetto realmente da lui? Come dovrebbe essere per me il bambino ideale? Mi identifico con lui? Mi sento inadeguato quando non riesco ad entrare in contatto con lui? Mi sento rifiutato? Giudicato? Se non sono abbastanza bravo, temo di perdere il lavoro? Ciò è importante perché, se vogliamo davvero che l'arte educativa serva per facilitare la Tendenza Attualizzante del bambino, occorre che noi per primi sappiamo incarnare e trasmettere la nostra, con autenticità, anche per quanto riguarda i nostri normali limiti. Ma tutto ciò presuppone anche un cambiamento da parte delle Istituzioni e dai valori della nostra società: il nostro modo di vivere altamente prestazionale non concepisce errori, defaillances, umanità. Le prove INVALSI ci informano di questo: la creatività, la curiosità, il talento soggettivo sono sacrificati all'altare del numero, del voto, del successo. L'imperfezione deve essere eliminata, distrutta e allontanata. Vedo genitori intorno a me dolorosamente ossessionati dal voto, dalla competizione, dalla bravura, dal paragone, pericoli in cui, spesso, cado anche io. Vedo bambini stritolati nei ritmi quotidiani, riempiti ed ingozzati di attività: il tempo deve essere pieno, non ci si può annoiare. Ma è proprio la pausa, la calma riflessione, il vuoto, anche noioso, che permette al bambino di sentire ciò che vuole, di desiderare e chiedere per primo cosa desidera. Come dice Recalcati (2016) è dall'assenza che si forma il pensiero, il desiderio, la domanda. E tutto questo non vale solo per i bambini, ma anche per noi adulti. Nello specifico, per quei educatori che hanno perso la loro autenticità, la loro bussola interiore, il loro limite, diventando in tal modo, purtroppo, orchi e mostri agli occhi dei bimbi che educano, con il risultato di possibili e profondi traumi psicologici. Ma la questione è che l'orco ed il mostro, come ci insegnano le stesse fiabe, fanno parte di noi: rappresentano la nostra ombra che deve essere integrata in una personalità piena e non scissa, affinché non venga agita. Sono parti che devono essere riconosciute e non proiettate sull'altro. Non messe in atto in modo aggressivo e crudele. I bambini ci irritano perché sanno rappresentare al meglio ciò che è spontaneo, naturale, ciò che per noi è disdicevole, biasimabile: il bambino è molto a contatto con ciò che è disordinato, sporco, aggressivo. A tre anni inizia la sua esplorazione sessuale: fa domande in tal senso. Diventa curioso (Freud lo chiamava "perverso polimorfo). Al bambino, insomma, piace giocare con la propria cacca, sia realmente che simbolicamente. I bambini rappresentano ciò che noi abbiamo dimenticato di noi stessi, che abbiamo rimosso, che non possiamo accettare. Il bambino reale evoca il nostro bambino interiore, le nostre pulsioni che abbiamo civilizzato per entrare di diritto nella società. E per educare un bambino, occorre fare i conti anche con questo. Da qui, ho letto in varie parti l'invocazione di telecamere di sicurezza all'interno degli asili. Certo, sono utili, ma non credo che siano la ricetta per sconfiggere il problema. le telecamere arrivano quando il danno è stato fatto e non possono prevenirlo. Se vogliamo prendere il toro per le corna, andare a monte del problema, occorre riflettere sul ruolo educativo, su come questi rappresenti una visione dell'insegnamento che tende ad escludere la soggettività dei singoli, al loro umana unicità. Che tende ad eludere il sentimento, il desiderio, la vocazione, il supporto umano delle fragilità . Che non vuole ascoltare le difficoltà di chi educa. Ho letto anche proposte di test attitudinali per selezionare gli insegnanti. Ma mi chiedo, quanto un test è rappresentativo della vocazione di un educatore, delle sue emozioni, delle sue paure? Della sua ombra non consapevole? Delle sue emozioni? Quanto riesce a descrivere il suo inconscio? Inoltre, una valutazione psicometrica iniziale quanto può effettivamente rassicurare sull'idoneità futura dell'educatore? Se pensiamo, davvero, di essere un processo in divenire, chi mi assicura che tutto andrà per forza per il meglio? Non è forse unire a tutte queste lodevoli proposte, l'offerta di uno spazio di ascolto, di accoglienza, di esplorazione personale, continuo e costante? Perché non potenziare i servizi di supervisioni psico - educative, di analisi di stress lavoro - correlato, di sostegno del burn - out, molto presente in queste professioni? Sportelli di ascolto negli asili e nelle scuole? Perché arrivare sempre dopo e non pensare al prima, in un'ottica di promozione del benessere per l'intera collettività? Forse abbiamo dimenticato per strada la Persona, il suo essere: "... Tutto quel che sono è sufficiente, se solo riesco ad esserlo" (Rogers, 1977)

domenica 31 luglio 2016

Comunicazione e conflitto: la complessità delle e nelle relazioni

La comunicazione è un atto profondamente intenzionale: vogliamo trasmettere, consciamente o meno, qualcosa di noi. Da qui, siamo così sicuri di essere consapevoli di come comunichiamo? Scrivo questo, perché se la comunicazione fosse davvero un processo autentico o congruente, difficilmente entreremmo in conflitto con noi stessi e con gli altri. L'atto comunicativo  infatti, nasce, in primis dentro di noi, attraverso la costruzione de nostri costrutti, della nostra valutazione degli eventi, dai nostri valori, emozioni, dai nostri giudizi. Ogni atto comunicativo, insomma, non è solo l'insieme delle parole che lo compongono, ma è intrinsecamente legato alla nostra sfera emotiva, non sempre correttamente simbolizzata ed integrata. In tal senso, la finestra di Johari (Luft. Ingham, 1955) ci informa come l'essere umano, quando comunica, non mostra solo la propria area pubblica (ciò che è visibile agli altri ed a sé stesso), bensì la propria area cieca (le parti di noi visibili agli altri, ma di cui noi non siamo coscienti). In altre parole, nell'atto comunicativo occorre distinguere:
- ciò che intendiamo comunicare e ciò che l'altro percepisce di noi, che non volevamo, al contrario trasmettere;
- ciò che vogliamo comunicare ma che l'altro non comprende, come ad esempio messaggi troppo complessi, o l'utilizzo di un linguaggio troppo elaborato.
Per ciò che riguarda il primo aspetto, occorre sottolineare come, sovente, i conflitti relazionali nascano da incomprensioni legate alla non autenticità o incongruenza del messaggio: ad esempio, se siamo arrabbiati e vogliamo trasmettere il nostro disagio, può capitare che diventiamo aggressivi ed accusatori nei confronti dell'altra persona, poiché abbiamo difficoltà ad accettare e comunicare l'aspetto emotivo (rabbia) in termini assertivi ed in modo consapevole. In soldoni, invece di ascoltare il nostro legittimo bisogno di sentire rabbia, la agiamo, la proiettiamo sull'altro, colorando in tal modo il contenuto verbale di giudizio e biasimo. Invece di comunicare in prima persona (il messaggio in prima persona, Gordon, 2005), "Sono arrabbiato, perché...), accusiamo l'altro con un messaggio del tipo: "Mi fai arrabbiare.... Sei sempre il solito...), senza prenderci la responsabilità del nostro sentimento, ma attribuendo all'altro la causa del nostro malessere o, al contrario, del nostro benessere. Per di più, questo meccanismo fa sì che l'altro si difenda ancora i più, perché ferito ed accusato a sua volta, facendo entrare la comunicazione in un circolo vizioso, trasformandola in un esacerbante e doloroso conflitto. Ciò non significa che non ci siano effettive situazioni in cui potremmo sentirci defraudati, accusati, biasimati e non ripettati. Ma la questione è: cosa effettivamente comunichiamo? Se ci sentiamo feriti, possiamo legittimarci questo sentimento? Possiamo noi, per primi, in modo responsabile e libero, porre dei sani limiti all'atro, quando sentiamo di essere colpiti? Possiamo permetterci un congruente messaggio in prima persona, in modo assertivo e congruente? Possiamo essere noi gli artefici del nostro cambiamento, quando sentiamo qualcosa che non va nella relazione, attraverso una comunicazione autentica, rispettosa di sé e dell'altro, accettante ed empatica? Possiamo sostare nel conflitto, senza collassare o attaccare? Siamo persone profondamente umane, fragili, con ferite sopite e magari ancora non curate che, inevitabilmente, incidono nella nostra intenzionalità comunicativa e, quindi, nella sfera relazionale. Si aggiunga il fatto che, la nostra area cieca è intrisa di bisogni relazionali non soddisfatti, non sempre, quindi, consapevoli. Nell'esempio di cui sopra, quando ci arrabbiamo e tendiamo a biasimare l'altro, forse proiettiamo in lui il nostro bisogno di essere confortati, curati, protetti e capiti, senza però passare prima da noi stessi: se  non ho a cuore, per primo, la qualità della relazione con me stesso, il mio bene, difficilmente lo potrà fare qualcun altro al posto mio. La cura di noi passa anche dalla cura delle parole: ci siamo mai chiesti in che termini ci descriviamo? Siamo empatici, benevoli o ci biasimiamo e giudichiamo? Quanto comunichiamo della nostra accettazione ed autenticità emotiva? Ne abbiamo paura? Inoltre, ci accorgiamo che non sempre il nostro messaggio è funzionale affinché l'altro ci ascolti apertamente? Siamo aperti ad un confronto o riteniamo che l'altro debba darci ragione? Siamo rispettosi nell'ascolto? Riusciamo a cogliere anche il suo punto di vista?
Vogliamo davvero ascoltare o diamo molto per scontato? Siamo consapevoli che anche l'altro ha i suoi bisogni, i suoi limiti e tempi? Riflessioni che reputo importanti quando vogliamo entrare in un relazione autentica ed umana con l'altro.
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venerdì 29 luglio 2016

Ansia ...sintomo da eliminare o da ascoltare?

L'Ansia, da un punto di vista dell'Approccio Centrato sulla Persona, è una percezione da parte dell'organismo di un nascente stato di disaccordo interno, di rottura di un precedente equilibrio vitale ed esistenziale. Rogers (1951) la definisce come uno stato di incongruenza tra ciò che il soggetto sente emergere dalla propria fiducia organismica,  riguardo alla propria autenticità,  e il suo stato di coerenza interna, ossia uno stato di non contraddizione, che si è costruito nella vita per affrontare le innumerevoli sfide che questa gli presenta. In tal senso, è importante sottolineare come il grado la percezione della coerenza interna, ossia l'insieme dei costrutti o costruzioni della realtà, i vissuti emotivi, l'apertura all'esperienza, la modalità di riconoscere ed affrontare i problemi, l'insieme dei suoi valori, infatti, non sempre coincidono con ciò che la persona sente realmente come propri, come facenti parte della propria Tendenza Attualizzante, di ciò che desidera realmente, ma spesso sono il frutto di progressive identificazioni, da parte del bambino, dei modi di pensare e di essere del suo ambiente di riferimento. Ad esempio, un bambino potrebbe aver interiorizzato il concetto che arrabbiarsi non va bene, attraverso messaggi del tipo "I bravi bambini non fanno i capricci!". Ma la sua rabbia che fine farà? Probabilmente, verrà intercettata, distorta e non simbolizzata per quello che realmente è, in quanto arrabbiarsi, significherebbe perdere l'approvazione genitoriale. Da qui, il bambino interiorizzerà e farà proprio il costrutto rigido, caratterizzato da giudizio e biasimo, che la rabbia è un'emozione inaccettabile, perdendo fiducia nella propria bussola interiore. Infatti, Rogers ci informa come le emozioni non siano né buone, né cattive, ma semplicemente lo strumento indispensabile per sentire ciò che ci fa star bene o male e, da qui, orientare il proprio comportamento secondo la propria spinta al benessere ed accrescimento. Quando, a causa di determinate crisi personali di particolari eventi di vita, il soggetto inizia a percepire una crepa nella percezione e costruzione della propria realtà, nella propria coerenza, ecco che emerge uno stato di sofferenza, di ansia: la persona percepisce, in altri termini, una discrepanza tra chi è veramente (vero sé) e tra chi dovrebbe essere per essere accettato e amato (sé ideale). E qui nasce il sintomo, la spia di una crisi in atto, che si declina a seconda della soggettività ed unicità della persona: "sento confusione, non capisco cosa mi stia succedendo", "da un po' di tempo, prima di andare a lavorare, sento ansia, paura", "soffro di insonnia", "ho paura di perdere il controllo della mia vita"... Questi sono solo esempi di come si può configurare la richiesta di aiuto, spesso con la speranza che il sintomo ansioso venga eliminato, per ritornare all'equilibrio precedente, al prima della crisi, alla percezione di una coerenza interna che, seppur rigida e disfunzionale, è
per il soggetto la modalità elettiva con cui è riuscito a sopravvivere nelle tempeste della vita. In tal senso, empatizzare con il sintomo ansioso, accettare autenticamente, senza giudizio, la persona con tutti i suoi vissuti, senza colludere con la richiesta salvifica di aiuto, permette l'inizio di un'esplorazione del significato del sintomo da lei riportato, al fine di essere integrato nella propria storia di vita. Dare parola al sintomo, permette inoltre che la persona lo senta sempre meno estraneo alla sua esistenza, facilita una maggiore accettazione dello stesso, con minor vergogna e colpa. Perché dare parola al sintomo, dialogare con esso? Perché è simbolo di un cambiamento in atto, è un messaggio autentico dei propri bisogni e desideri più profondi, sopiti per troppo tempo. Perché per il soggetto è stata una degna e non Tendenza Attualizzante che, seppur precaria, lo ha supportato sino a quel momento. E quindi che non si merita di essere eliminata, ma accolta ed ascoltata, affinché possa progredire verso forme di accrescimento più sane e più soddisfacenti. Perciò, sempre che il cliente lo voglia, sta a lui prendersi la responsabilità del proprio coraggioso cambiamento, perché è solo lui che può offrire una  verità soggettiva ed unica al sintomo, perché questi fa parte della sua storia e di nessun altro. Perché, come ci ricorda Rogers, l'organismo è degno di fiducia, in quanto agente di scelta libero e responsabile, avente in sé le basi della salute mentale.

lunedì 25 luglio 2016

Una Tendenza Attualizzante paralizzata ... l'ossessività

Per introdurre, da un punto di vista fenomenologico il discorso ossessivo, parto da un mito filosofico molto evocativo: il Mito della Caverna di Platone. In soldoni, sappiamo come le ombre della caverna possano essere interpretate dalla persona che le osserva in modo profondamente soggettivo. Esse, infatti, sono ambigue, per nulla nitide, bensì alla mercé degli occhi di chi le guarda. Se per il paranoico quelle ombre hanno una verità troppo definita, saturata nel loro significato (il paranoico è convinto di ciò che vede, senza possibilità di interrogazione personale), per la persona ossessiva quelle ombre non riescono ad essere focalizzate e percepite con un significato e interpretazione per lui sicure. E'come se il soggetto ossessivo, nel visualizzarle, cambiasse idea continuamente su ciò che nota, a causa di un dubbio riguardo alla scelta che lo attanaglia e che lo rende ancora più insicuro: "vedo veramente delle ombre? O sono delle statue? Oppure sono delle persone in carne ed ossa? Sono sicuro di ciò che vedo? Posso fidarmi di ciò che percepisco? Posso fidarmi della mia fiducia nella valutazione degli eventi? Posso fidarmi del mio Locus of Evalutation interno?". Il dubbio, in effetti, è il leitmotiv di questa personalità. L'ossessivo non sceglie, procrastina all'infinito, come direbbe Lacan, il proprio desiderio, aspettando la morte del Padrone. In altri termini, altra caratteristica che lo connota è la delega della propria responsabilità di scelta, lasciando spesso ad altri l'ultima parola di ciò che è giusto o sbagliato, compreso il terapeuta. E' come se davanti ad un bivio, non riuscisse a scegliere che strada intraprendere. Si sente bloccato, con una tremenda paura di rischiare e, fondamentalmente, di "perderci la faccia". Due emozioni, infatti, lo contraddistinguono: la vergogna ed il senso di colpa: "se sbaglio, lo sguardo dell'altro mi ucciderà". Il timore di essere esposto alla pubblica gogna, fa sì che la persona non rischi, percependo, allo stesso tempo, che l'errore, fonte inesauribile di apprendimento, venga prevenuto a tutti i costi. I meccanismi di intellettualizzazione, di moralizzazione, di isolamento affettivo e di annullamento hanno questo scopo: tenere lontani dalla coscienza le proprie parti imperfette, le sue emozioni scomode di rabbia, i propri vissuti di aggressività sepolti, considerati licenziosi ed inaccettabili. Perciò, la persona ossessiva tende, per prima, a moralizzare e biasimare l'errore altrui, perché questo gli ricorda ciò che lui, per primo, aborrisce: la sua fragilità ed imperfezione profondamente umane. Da un punto di vista familiare, sovente, queste persone provengono da ambienti familiari che hanno castrato la loro Tendenza Attualizzante, che hanno mortificato la loro fiducia organismica: non solo ambienti rigidi, freddi, colpevolizzanti e biasimanti l'imperfezione, ma anche altamente intrusivi, controllanti per ciò che concerne i bisogni primari e le emozioni del bambino: ad esempio, bambini che sono stati manipolati nella loro corporeità (alimentazione, controllo sfinterico, igiene personale, scoperta della sessualità); bambini a cui è stato dato il messaggio che le loro emozioni sono inaccettabili e destabilizzanti l'equilibrio familiare. Bambini che, allora, non hanno potuto sperimentare una sana autonomia nella loro crescita. Per essere equilibratamente autonomi, infatti, il bambino necessita di uno spazio di esperienza tale che comporti anche il poter sporcarsi, il poter arrabbiarsi, il poter dire "no!", il poter inciampare ed apprendere dal dolore: solo così può iniziare ad avere fiducia in ciò che prova, senza timore di fare una figuraccia e di perdere l'amore genitoriale. Se vogliamo utilizzare un'altra metafora per descrivere la Tendenza Attualizzante della personalità ossessiva, possiamo immaginare il mare come l'ambiente circostante, la barca come la sua esistenza ed il timone come la sua bussola interna, che dirige la nave. Nell'ossessività, la barca, pur essendo equipaggiata nel migliore dei modi per affrontare le tempeste della vita, non riesce a partire: il capitano non riesce a prendere il largo, a mettere in moto il timone. Il mare ogni giorno ha qualcosa che non convince (ecco il dubbio). Inoltre, l'ancora è ancora incagliata nel molo. Ed è qui la questione: l'ancora sott'acqua, incagliata, può rappresentare la tendenza attualizzante della persona, paralizzata per paura. Perché se mai, un giorno, l'ancora dovesse disincagliarsi, la barca potrebbe perdere il controllo. E questa è uno dei più grandi timore del soggetto ossessivo. Il suo vero sé, l'autenticità devono essere distorti, affinché questi
possa mantenere un certo grado di coerenza interna per sopravvivere, per non sentire vissuti destabilizzanti, per non percepirsi impacciato, fragile ed insicuro. Allora, assistiamo ad un'ipertrofia del sé ideale: l'ossessivo anela alla perfezione, ad un mare perennemente calmo. Ma che, ahimè, non esiste.

Depressione... quando l'indegnità prende il sopravvento

Si parla tanto di depressione, dei suoi sintomi clinici, dei sintomi, dell'eziologia, del decorso... Ma io, oggi, mi voglio soffermare su una sua peculiare caratteristica, di un vissuto che definisco atroce nello sperimentarlo. Ovvero, l'indegnità. Chi soffre di depressione lamenta, spesso, il fatto di non sentirsi meritevole, di non essere, appunto, degno di essere felice, di provare piacere. Credo che un concetto molto vicino a questo sia quello della "sindrome dell'impostore", ossia di quella condizione per cui la persona ha davvero una difficoltà esistenziale ad appropriarsi dei propri risultati: se qualcosa funziona è sempre merito di qualcun altro. E l'aspetto terribile, al contrario, è che se qualcosa va storto, la colpa è sempre la nostra. Ma da cosa può nascere tutto ciò?  Come ci ricorda Nancy Mc Williams, la persona depressa, è colei che ha sperimentato una perdita precoce, un lutto non risolto che non sempre è stato reale, ma vissuto da un punto di vista fantasmatico. Ad esempio, un bambino che ha sperimentato troppo presto la separazione, attraverso messaggi troppo precoci di autonomia. Un bambino, magari, lasciato troppo solo nella propria disperazione, nel proprio pianto, con le braccia inutilmente protesse ad un Altro che non è disponibile. Da qui, in soldoni, l'indegnità è il sentirsi immeritevoli di autentico, accettante ed empatico amore. Il depresso è come se si ponesse, attraverso il suo costante lamento, nella posizione di quel bambino che cerca in tutti i modi di attirare l'attenzione su di sé, di avere quelle cure che non ha ricevuto da piccolo. Ma l'aspetto più doloroso e paradossale è che questo meccanismo, sovente inconscio, non produce i risultati sperati di vicinanza, in quanto la  sua ricerca d'amore è una ricerca insaziabile, infantile e non adulta, perpetrando, in tal modo, un circolo vizioso, una profezia che si auto avvera, caratterizzati da ricerca estenuante di vicinanza - rifiuto - sentimento di indegnità. "Se l'altro non mi vuole, non mi cerca, non mi dà, significa che sono indegno": questo sembra essere il costrutto rigido della persona depressa. Da qui, un obiettivo del lavoro terapeutico, dovrebbe essere quello che Lowen definisce "accettazione della realtà": in altri termini, il cliente con depressione, attraverso una relazione profondamente rispettosa dei suoi vissuti, dovrebbe iniziare un profondo e faticoso lavoro di accettazione del suo dolore, del suo lutto non risolto, come ci ricorda anche Freud, del fatto che sta ricercando con la sua astenia, con la sua immobilità, quell'amore tanto aspirato. Dovrebbe apprendere che l'amore adulto è tale perché è un dare e ricevere, una danza reciproca di dititti e doveri. Da qui, sta anche a lui ad apprendere che anche l'altro ha sue necessità e bisogni da soddisfare, ha diritto ad essere ascoltato e di porre scelte che non sempre sono comatibili con le nostre. Comprendere, allora, che gli esseri umani sono davvero dissimili tra loro, che sono entità vicine ma anche separate. In tal senso, la lamentela dovrebbe evnire sstituita dal riappropriarsi del proprio potere personale di scelta, dall' essere proattivo ed assertivo nelle proprie richieste, dalla percezione di essere degno di amore e di profonda fiducia. Che l'amore passa prima da se stessi e che nessuno ha il potere di sanificare una ferita così antica, tranne che lui stesso. Ed, inoltre, non da ultimo esplorare, elaborare ed integrare tutti quei sentimenti di rabbia, ostilità, odio, per lo più inconsci, verso l'altro che lo ha privato di importanti radici di sicurezza, di protezione, di amore e di accettazione, al fine di ammansire l'atroce senso di colpa che prova per se stesso. Insomma, costruirsi quelle radici esistenziali, di cui non ha potuto godere quando era piccolo

martedì 19 luglio 2016

il sintomo come amico

Cosa vogliamo quando entriamo nella stanza di uno psicologo?  Riflessione importante che mi pongo tutti i giorni, sia come professionista, nonché come paziente. L'intervento di aiuto, di sostegno, piuttosto che di cura variano molto a seconda dell'approccio utilizzato e della visione della natura umana. Inoltre, non dobbiamo dimenticare come consideriamo e trattiamo il sintomo, causa della sofferenza di chi si rivolge a noi. Personalmente, la mia esperienza formativa e clinica mi ha fatto apprendere come il sintomo, nonostante il suo bagaglio di dolore e, talvolta, di stallo esistenziale, si sia, attraverso un profondo e faticoso lavoro di consapevolezza, trasformato, da nemico, in un prezioso amico per la comprensione della mia personalità, delle mie difese, del mio modo di sopravvivere alla devastazione che, spesso, ho sentito nella mia anima. E' divenuto, poco a poco, una preziosa bussola per la mia congruenza, per la mia autenticità. Mi informa sulle varie forme di autocura che ho attuato per sentirmi viva, per sentirmi importante, considerata, sempre a caro prezzo. Mi ha spiegato il perché di tanti comportamenti, di tante ferite. E' stato una resilienza posticcia che, tutto sommato, ha funzionato. Mi ha avvertito, allo stesso tempo, che tutto questo non sarebbe tuttavia bastato: il mio sintomo, in altre parole, non poteva e non può tutt'ora sobbarcarsi il peso della mia vita. Per di più, creava confusione in me, facendo da tappo alla mia fiducia, che anelava (e anela ancora oggi) a vivere secondo la mia valutazione organismica degli eventi. Una stampella che non mi permetteva la visione reale dei miei problemi, che gettava la responsabilità del mio malessere sugli altri, che non mi permetteva di vedere la mia implicazione in ciò che non funzionava nella mia vita. Ad un certo punto, mi ha fatto capire che aveva bisogno di arrendersi, di respirare dopo tutti questi anni di apnea, di fretta, di caos. Ma i miei demoni non sono scomparsi: ma ora riesco a vederli, a dare loro un senso. Sto imparando pian piano a dialogarci. Ciò l'ho  notato anche nei miei clienti, che stanno apprendendo il valore della psicoterapia, intesa come un impegnativo lavoro di tessitura e ricucitura della loro vita: il loro grimaldello esistenziale, grazie al lavoro di analisi, si può trasformare in un "fil rouge", ossia in un significato più comprensibile e più accettabile. Il sintomo, in altri termini, è meno estraneo alla propria vita. Non ha senso eliminarlo ma capirlo, integrarlo in un'esperienza e vita piene.

sabato 7 maggio 2016

"Un album strappato": elogio dell'imperfezione per una Vita Piena



Prendo spunto per questo articolo da un episodio capitatomi qualche tempo fa. Mia figlia strappa una pagina del suo album di figurine preferito e per quanto io lo aggiusti, non lo vuole più. Lo rifiuta. Dice "E' rotto, non lo voglio più". Credo, da qui, che uno dei compiti più ardui e complessi dell'attività educativa sia quello di far apprendere il valore dell'imperfezione, di ciò che sempre non funziona, del limite. Nello specifico far apprendere a mia figlia che può accettare anche uno strappo nel suo fantastico libro, senza che questi perda di fascino. Questa difficoltà la posso constatare anche nella mia attività clinica, quado sento empaticamente la sofferenza dei clienti nel cercare, con l'immenso sforzo cognitivo - emotivo che ne consegue, di essere perfetti, di non mostrare nessuno strappo, nessuna crepa nella loro immagine, in quanto ciò produrrebbe non solo una profonda sofferenza psichica, bensì il pericolo di una destabilizzazione del loro senso di coerenza interno (Rogers, 1951), ossia la messa in discussione del loro valore, del loro Sé Ideale per come costruito e apparso in quel momento. Fuor di metafora, potremmo paragonare questi cliente all'album di figurine: "se appaio rotto, non valgo più nulla. Tu mi rifiuterai". Essere ciò che veramente si è, un album anche sgualcito e strappato, sarebbe un prezzo troppo alto da pagare. Acquisire congruenza è un processo che, seppur fruttuoso perché ha a che fare con venire a contatto con tutta la nostra più vera essenza, comporta, infatti, grande motivazione e fatica, perché la Persona deve iniziare a toccare con mano quella crepa che lo spaventa, quei limiti che il suo ambiente ha cercato di mascherare e nascondere sotto la sabbia. Ma, allo stesso tempo, iniziare ad amare i propri strappi, le proprie cicatrici, significa iniziare un percorso di vera individuazione dal conformismo e dalle aspettative altrui. Significa iniziare a vivere pienamente. Che cos'è la vita piena? Da un punto di vista rogersiano, vivere pienamente non ha nulla a che fare con l'assenza della sofferenza, con la piena felicità, ricchezza e assenza di problemi. Significa poter accedere alla propria saggezza organismica, alla fiducia nella propria visione della vita, nei propri valori ed emozioni, termometro del nostro funzionamento psichico. Significa dare ossigeno alla nostra congruenza o autenticità nelle relazione sia con sé, sia con l'altro. Significa accettare che nella propria vita esistono anche pagine che si possono strappare, ma che possono essere ricucite ed essere ancora lette, con amore, ancora ed ancora... Facilitare la Tendenza Attualizzante significa, in altri termini, far sì che la Persona possa credere nella bellezza della propria vita, nonostante la malattia, le frustrazioni, le perdite. Perché la vita piena è come la tenacia di quelle piante dell'Oceano Pacifico, descritte da Rogers, che rimangono attaccate alla scogliera, nonostante la tempesta che infuria. Vivere con coraggio la propria intima e più vera natura, nonostante la paura, nonostante le ferite e nonostante le naturali imperfezioni.

mercoledì 13 aprile 2016

Incontro gratuito "I LOVE LIKE", sabato 30 aprile 2016, ore 17

 Quanto i Social influenzano la nostra autostima? Quanto, soprattutto per gli adolescenti, il numero di "amici" e di "like" riflette, in positivo o in negativo, il loro valore personale, la loro fiducia in sé? Se ho pochi "amici" su Facebook, è perché non piaccio? C'è un rischio che la propria falicità ed il proprio benessere derivino dalla nostra o meno popolarità in rete? Quanto il confronto con le vite degli altri condiziona il giudizio che diamo a noi stessi? L'incontro gratuito, rivolto a genitori di pre a adolescenti, vuole essere un'opportunità di confronto, sensibilizzazione ed informazione sull'uso adeguato dei Social, anche attraverso lo scambio di esperienze personali.



https://www.facebook.com/events/1022866561126515/?ref=22&feed_story_type=22&action_history=null

lunedì 11 aprile 2016

la solitudine dei caregivers

Ci sono tante solitudini. Solitudini scelte per ritrovarsi, per non annaspare, per rigenerarsi ed entrare in contatto con se stessi. E, poi, ci sono le solitudini che non vorremmo scegliere, che non hanno nulla di piacevole; una chiusura a riccio, così l'ha definita un familiare durante un incontro di counseling, per non sentire il giudizio di chi è pronto a biasimare, moralizzare ma  non ad empatizzare, per non percepirsi inadeguati nell'assistenza al loro caro. Ci sono tanti, troppi caregivers (coloro che si prendono cura, in un ambiente domestico, di una persona non autosufficiente, ossia limitata nelle sue autonomie) che non hanno voce, potere, perché la società non li ascolta in modo adeguato, perché ciò che provano a comunicare, il dolore, l'angoscia, l'impotenza, la rabbia e la frustrazione non hanno posto, ma sono rilegate nelle loro case, in un doloroso silenzio che vale più di mille parole. Familiari che temono di non essere compresi empaticamente nelle loro difficoltà: "non so se mi spiego bene", "non so se mi riesce a capire": quante volte ho sentito queste frasi, epifenomeno di una difficoltà nel tradurre a parole i loro sentimenti, anche quelli più scomodi, quelli più ambivalenti. Spesso, infatti, il caregiver si responsabilizza tantittissimo per la persona che assiste, annullandosi e distorcendo i propri vitali bisogni di autonomia, riposo e tempo per sé. Ai loro occhi, in altre parole, prendersi cura di se stessi diviene impensabile ed egoistico. Così la rabbia, la stanchezza vengono represse, perché chi assiste, e sovente sono più le donne a rinunciare ad importanti aree di soddisfazione ed autorealizzazione, deve dare il massimo e non deve abbandonare il proprio caro. I caregivers sono tanti: figli di genitori con demenza, lesioni vascolari; genitori di figli disabili; familiari di persone affetti da disturbi psichiatrici, alcol e dipendenze patologiche. A questi vorrei dedicare queste parole di Rogers, anche lui caregiver di sua moglie Ellen. Parole che ci fanno apprendere come il contatto con se stessi, con la nostra congruenza, quindi con il proprio sconforto, con ciò che ci fa arrabbiare, con le nostre fatiche e limiti, non solo ci fa sopravvivere, ma permette un incontro più onesto, più congruente, accettante ed empatico e meno crivellato da sensi di colpa con il proprio assistito, che, come noi, ha propri bisogni da soddisfare:
«In questo periodo ho avuto alcune esperienze dolorose e molte altre piacevoli. Lo stress maggiore è stato quello che mi ha visto impegnato contro la malattia di mia moglie… L’ho sconcertata e ferita io stesso con la mia vita indipendente. Mentre stava così male, io mi sentivo pesantemente oppresso dalla nostra intima comunanza, accentuata  dal suo bisogno di cure… Così nel nostro rapporto ci sono più tensioni e difficoltà di quante ce ne siano mai state in passato, c’è una varietà sentimentale più ricca che tentiamo insieme di elaborare, ma c’è anche più onestà in questo tentativo di costruire nuovi modi per stare insieme…Un giorno, mentre era ormai vicinissima alla morte… mi ritrovai a dirle quanto l’avessi amata, quanta importanza lei aveva avuto nella mia vita» (Rogers, 1980, trad. it. pp. 70 - 71 - 82)

mercoledì 9 marzo 2016

cocaina e annullamento dell'Altro

Mi ha profondamente colpita la morte di Luca Varani, il ragazzo 23enne di Roma, ucciso dai suoi amici, sotto effetto di cocaina e alcol. Allo stesso tempo, mi ha fatto molto riflettere le parole del padre di "Foffo", uno di questi assassini: "Mio figlio è un ragazzo modello" (n.d.r.) e "E' stata colpa della cocaina" (n.d.r.). Qualcuno mi ha fatto apprendere che le parole hanno un loro peso e come il loro utilizzo sia importante a seconda di ciò che abbiamo intenzione di comunicare. Da qui, queste due frasi mi portano a riflettere, come dicevo, su quanto segue.
Primo punto: "ragazzo modello". Non voglio entrare in una forma di giudizio sterile e giudicante. Non è questo il mio scopo. Per il semplice fatto, che non voglio e
http://it.123rf.com/archivio-fotografico/specchio.html (tutti i diritti riservati)
non ho gli strumenti per comprendere la motivazione sottostante a questa affermazione e, allo stesso tempo, credo che ogni genitore abbia bisogno di vedere il proprio figlio perfetto e senza macchia. E questo, credo, sia un problema educativo di fondo, ossia la mancanza di accettazione positiva incondizionata del mondo interno, unico, soggettivo e autentico dei propri figli. Non solo, quindi, di ciò che a noi genitori piace di loro, comprese le proiezioni dei nostri valori e aspettative, ma anche delle loro difficoltà, comprese quelle evolutive, le loro paure e fragilità. In un'epoca, come direbbe Bauman, di legami liquidi e di vittoria del Discorso del Capitalista (Recalcati, 2010), dove l'imperativo è il godimento assoluto e la negazione e la fuga dall'Altro e dai legami, appunto, la vulnerabilità personale è sotto scacco e non può né essere percepita, perché minacciosa,  e non può esistere. Possiamo dire che siamo una società cocainomane, nel senso che è tutta proiettata sulla performance, sulla disinibizione totale, sull'assenza di pensiero, sulla prioezione all'esterno della nostra Ombra. In tal senso, in termini rogersiani, affinché il soggetto possa definirsi persona degna di fiducia, in quanto agente di scelta libero e responsabile, questi necessita di un ambiente facilitante il suo percorso di crescita, profondamente empatico, accettante ed autentico, ma, allo stesso tempo, fonte autorevole di sani limiti a determinati comportamenti non accettabili. Un ambiente che sappia incarnare una funzione "materna", accogliente e che sappia validare empaticamente i vissuti emotivi delle nuove generazioni, anche quelli più scomodi (Rogers, in tal senso, non parla di emozioni negative o positive, in quanto tutte hanno la stessa dignità di esistere), in quanto, solo una loro piena simbolizzazione cosciente ed integrazione permette la possibilità di attingere alla propria saggezza interna ed il conseguente sviluppo della propria Tendenza Attualizzante (ibidem, 1951) e una funzione "paterna", il "no!" assertivo, fermo e deciso e, soprattutto, coerente (Carere - Comes, 1998). Sostenere che i nostri figli siano ragazzi modello, significa negarne la completa accettazione, negare la loro complessità e unicità, significa fornire loro un insopportabile fardello di perfezione, significa proiettare in loro i nostri ideali, non facilitando, in tal modo, un loro sviluppo autentico (vero sé), che si basa sulla fiducia delle proprie scelte, dei propro valori, del proprio sentire. Al contrario, facciamo in modo che il bambino, prima ed il futuro ragazzo, poi, si senta confuso su ciò che prova, insicuro per quanto riguarda il proprio valore, la propria autostima (Vado bene così come sono? Posso sentire come giusto ciò che provo? Quello che faccio va bene? Quali comportamenti sono giusti e quali no?). In questo panorama, di non facilitazione del senso di responsabilità e fiducia personali, il richiamo delle sostenze, per alcune persone, può divenire un canto delle sirene, un illusorio palliativo per la propria infelicità. Non si sceglie una sostanza a caso, ma secondo la funzione che ha per la persona, per la soddisfazione dei propri bisogni, come auto - cura (Kahntzian, E., 1990;1997; 1997), come una speciale Tendenza Attualizzante (Borgioni, 2007), intesa come unica, seppur dolorosa ed illusoria, modalità di sopravivere. E qui introduco il secondo punto.
Secondo punto: "è colpa della cocaina". Occorre fare una precisazione. Sappiamo da studi di Neuroscienze e Neuroimaging che la cocaina agisce su determinate funzioni cerebrali e su determinati neurotrasmettitori, quali la dopamina, inibendone il rassorbimento a livello sinaptico (reuptake), una volta rilasciata. Ciò fa sì che  il Sistema Nervoso Centrale (il sistema di gratificazione - area tegmentale - ventrale, nucleo accumbens e corteccia prefrontale) sia, durante l'uso di cocaina, eccessivamente stimolato ed eccitato. A cosa serva, infatti, la dopamina? Questo neurotrasmettitore è responsabile della volizione, della motivazione, del piacere e del controllo comportamentale. La cocaina, in quanto psicostimolante e disinibente, altera il normale scambio recettoriale, producendo un'alterazione del meccanismo della ricerca del piacere, della normale percezione e cognizione e un'importante modifica comportamentale (da qui gli episodi di aggressività). In altri termini, la persona perde la capacità di attuare un comportamento responsabile, ovvero è incapace di prevedere le conseguenze dei suoi agiti.  Ma, attenzione: ciò non significa che "è tutta colpa della cocaina". Dire questo, è negare ogni responsabilità alla scelta della sua assunzione. E' una mancata responsabilizzazione di chi sceglie, consciamente o meno, di utilizzare questa sostanza. In termini pratici: "Foffo" ed il suo amico hanno deliberatamente scelto il suo utilizzo; hanno speso mille euro per procurarsela e sapevano a cosa loro sarebbe servita: ad uccidere! Non è stata una fatalità. E' stata una scelta consapevole. Perché? Come loro rifersicono "Per vedere l'effetto che fa!". Quindi non si nega assolutamente l'effetto della cocaina, sia a breve che a lungo termine. Ma si nega la responsabiltà personale del soggetto nel ricercarla attivamente. Non si riesce a dire "ha sbagliato!", forse per un bisogno interno di vedere il proprio figlio un "modello", un mio prodotto, una mia estensione. Non so se questi ragazzi abbiano usato più volte questa sostanza, se abbiano subito modificazioni neuronali... Questo, però, a mio avviso è un altro livello del problema: saranno poi gli esperti a occuparsene. Quello che mi ha colpita, invece, è questa impossibilità di considerare l'Altro un soggetto attivo nelle proprie scelte, un soggetto, appunto, responsabile e cosciente.