domenica 27 aprile 2014

Conciliazione ed il mito della donna perfetta

Tempo fa, ho visto in televisione un film con Nicole Kidman "La donna perfetta".
 Per chi non lo conoscesse, narra la vicenda di una donna all'apice della propria carriera giornalistica, che viene licenziata in tronco, a causa di un incidente avvenuto ad un concorrente di un reality, afferente al suo network. Dopo il suo tracollo emotivo, la donna e la sua famiglia decidono di trasferirsi in una cittadina, all'apparenza molto tranquilla ed accogliente. Ciò che colpisce subito la nostra protagonista è l'assenza di ogni disordine, perturbazione emotiva e difficoltà: tutti sono felice ed hanno un'aria di perenne tranquillità.
Ma cito questo film, perché sono proprio le donne, o meglio, il loro comportamento che desta sospetti: perfette, solari, sempre accoglienti, mai arrabbiate. Per farla breve, queste vengono tenute sotto controllo, grazie all'ausilio di microchip, che sono stati loro impiantati nel cervello da un fantomatico ricercatore del luogo. Sembra che sia lui l'artefice di questo Eden fittizio... Ma, invece...
Invece si scoprirà che la creazione di quest'apparente armonia è opera di sua moglie, ex ingegnere ed esperta in elettronica che, a causa del lavoro a dir poco stressante, decide di cambiare totalmente vita, anzi, di crearsi un ambiente artificiale dove le donne possano dedicarsi, tout - court, alla vita familiare.
Da un punto di vista del femminile psicologico, questo film può ben rappresentare la scissione psico - sociale in cui si trovano molte di noi: se da un lato, infatti, alla donna si chiede prova di grande efficienza lavorativa, dall'altro, a causa di retaggi culturali e sociali profondamente introiettati, costei sovente si fa completamente carico della sfera assistenziale e di cura familiare, trovandosi, spesso, in difficoltà nel  conciliare questi due aspetti esistenziali.
Come può, allora, la donna trovar la giusta e legittima gratificazione lavorativa e familiare, senza che una prenda il sopravvento sull'altra, come è successo all'eroina del film?
Se, da un punto di vista sociale, occorre sia rivedere ed aggiornare le politiche di welfare, sia sensibilizzare le imprese sull'importanza e sull'efficacia, in termini di minor stress lavoro - correlato e di qualità produttiva, della flessibilità lavorativa, da un punto di vista psicologico, il genere femminile può e deve ripartire da una profonda e proficua riflessione sul significato, sulle priorità che vuole dare alla propria vita, al proprio essere - nel - mondo: "chi voglio essere? Quali sono i miei obiettivi? A cosa voglio dedicare più tempo?".
 Ed, inoltre. "Mi sento in colpa se decido di prendermi dei sani spazi per me? Posso permettermi di percepirmi sia come donna, madre, lavoratrice?.." Non sono domande dalla semplice risposta, perché, nel momento in cui ce le poniamo, emergono anche gli inevitabili conflitti su cosa sia giusto o sbagliato. Ma giusto o sbagliato per chi? E' questo il punto: se le nostre scelte si baseranno esclusivamente su ciò che "dovremmo essere" per gli altri e non su chi "vorremmo essere" per noi stesse, per i nostri valori, allora, sì, che scattano paure, rancori, disagi sociali ed emotivi.
Ed una profonda solitudine. Ho assistito a troppi racconti di donne che, per paura di essere fraintese, considerate egoiste, hanno avuto paura di esprimere i propri disagi, magari per troppo carico di responsabilità, o i propri bisogni. Riscoprire il proprio Potere Personale è il primo passo per volersi bene: essere consapevoli che siamo agenti di scelta libere e responsabili, avere fiducia in ciò che ci suggerisce il nostro corpo, il nostro cuore, che possiamo dirigere la nostra esistenza secondo ciò che per noi è giusto, con il rischio, cosciente, che ci sarà sempre qualcuno che ci biasimerà. Essere libere dal giudizio gratuito altrui. Come scrive splendidamente Pinkola - Estes (1992): ritornare a Casa, dentro di noi, prendere tempo per conoscerci, per fare ciò che amiamo, per tessere con amore la nostra vita. Vivere appieno la vita, scoprendoci con meraviglia che, fortunatamente, non siamo così perfette come gli altri vorrebbero, scongiurando, così, il pericolo di una profonda scissione esistenziale, comporta, allora, una profonda conciliazione e riappacificazione con noi stesse, "implica il coraggio di essere. Significa gettarsi completamente nella corrente della vita" (Rogers, 1961). Per concludere, dedico a tutte le donne questo passo, tratto da "Undici Minuti" (Coehlo, 2003): "Arriviamo a conoscerci solo quando raggiungiamo i nostri limiti.... L'essere umano non è fatto solo per ricercare la saggezza, ma anche per arare la terra, aspettare la pioggia, piantare e raccogliere il grano, fare il pane. Io sono due donne: una desidera sperimentare tutte le gioie, tutte le passioni, tutte le avventure che la vita può dare, l'altra vuole essere schiava della routine, della vita familiare, delle cose che si possono pianificare e raggiungere..... vivono nello stesso corpo e lottano l'una con l'altra. L'incontro di una donna con se stessa è un gioco che comporta seri rischi. E' una danza divina. Quando ci incontriamo siamo due energie sovrannaturali, due universi che si scontrano. Se nell'incontro non c'è il rispetto dovuto, allora un universo distrugge l'altro".
Facciamo in modo che non accada. Dipende da noi.

© Francesca Carubbi
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