sabato 16 novembre 2013

Quando la relazione fa male: ovvero quando perdo me stesso....

"L'estasi è la fase finale dell'intimità con voi stessi"
D. Chopra

Spesso siamo propensi a pensare che sarà sempre qualcun altro che ci proteggerà, che ci amerà incondizionatamente, facendoci dimenticare, illusoriamente, il senso di solitudine e di spaesamento che possiamo vivere in certe circostanze della nostra vita. Da qui, pensiamo che, amando esclusivamente l'Altro, possiamo guarire le nostre ferite interiori, dimenticando, così, il nostro senso di vuoto è, che è primariamente, dentro di noi. Ciò non significa che non esista una sana dipendenza dall'Altro, un legame di attaccamento sicuro, basato sulla fiducia reciproca e sulla dedizione condivisa. Il legame diventa un disagio, nel momento in cui, io vivo solo per l'Altro, in sua funzione, distorcendo, in tal modo, i miei più intimi desideri, idee, bisogni, emozioni e valori: elementi, questi, su cui si basa la costruzione della propria identità e lo sviluppo della propria valutazione organismica della mia esperienza.
"Che cosa voglio davvero?", "Quali sono i miei desideri su come vivere la mia vita?", "Io ed il mio compagno abbiamo gli stessi obiettivi per la nostra vita in comune?", "Sto sacrificando troppo di me?", "Tendo ad accontentare troppo gli altri, per quanto non accetti alcuni dei loro comportamenti?", "Accetto troppi compromessi?", "Questa relazione mi fa crescere o sento che sta diventando distruttiva?".....
Il primo passo per una sana relazione è amare, in primis, se stessi, accettando tutte le proprie sfumature e curando, se necessario, quelle ferite esistenziali ed evolutive che hanno fatto credere, con violenza, di non valere abbastanza, di non poter credere in sé stessi, nelle proprie capacità e nella saggezza delle poprie emozioni e della propria "bussola" interiore ed, infine, di non potersi accettare pienamente, soprattutto, con amore e dignità.
Come scrive D. Chopra (trad. it., 2001, pag 73) " La serenità è il primo passo verso l'accettazione, e l'accettazione è amore".


martedì 27 agosto 2013

Da settembre, lo studio di psicologia si trasferisce in Via B. Croce 1/d, sempre a Fano, quartiere Vallato

lunedì 5 agosto 2013

Il contratto terapeutico: un requisito fondamentale per l’alleanza di lavoro All’inizio del rapporto professionale, lo psicologo definisce, in collaborazione del cliente, il contratto terapeutico. Di cosa si tratta? Il contratto terapeutico è un patto di lavoro condiviso, ad alta valenza umana, per cui sia il professionista che il cliente acquisiscono diritti e doveri riguardo il rapporto professionale che instaurano: “il contratto terapeutico è un accordo tra una persona e il suo terapeuta che stabilisce le responsabilità di entrambe le parti: il cliente richiede aiuto e dà pieno consenso e collaborazione al processo di psicoterapia; il terapeuta accetta la responsabilità di aiutare a compiere il cambiamento desiderato e rimanere entro i confini del contratto” (Claude Steiner). Oppure come dice Novellino (2001): “è un accordo tra paziente e terapeuta su mete e modi della terapia: questo comprende sia gli obiettivi (contratto terapeutico) e regole del rapporto (setting)” Da qui, il dovere dello psicologo – psicoterapeuta è quello di creare un setting (contesto fisico normativo del lavoro e della relazione) riservato, accogliente, con delle regole ben definite, ma allo stesso flessibile. Nel nostro Approccio, tendiamo a distinguere due tipi di setting: - Setting interno, il quale è formato dalla personalità, valori, costrutti, sentimenti, teoria di riferimento e visione della natura umana; - Setting esterno, caratterizzato dagli aspetti materiali: stanza, arredo e le regole di funzionamento della prestazione: 1. Segreto Professionale 2. Consenso informato 3. Scelta del trattamento di elezione 4. Frequenza delle seduta e prevedibile durata (il termine “prevedibile” è d’obbligo quando parliamo di psicoterapia, la quale prevede, visti gli obiettivi di esplorazione e ristrutturazione del sé, periodi relativamente lunghi); 5. Obiettivi del trattamento condivisi, realistici e chiari; 6. Pagamento 7. Comunicazioni di eventuali assenze; 8. Modalità di gestione delle rotture di setting e messa in crisi del contratto terapeutico (impasse nella relazione, agiti, assenze non giustificate, richieste eccessive da parte del cliente, gestione dei possibili ostacoli che frapporre durante la terapia). Per ciò che concerne il cliente, egli ha il diritto di autodeterminazione e scelta responsabile nello scegliere o meno di intraprendere un percorso di aiuto. Tuttavia, se il terapeuta ravvede, in scienza e coscienza, che il cliente, che ha scelto volontariamente di aderire al contratto terapeutico ed al percorso di aiuto, tende a non voler più rispettare il contratto (ad esempio, il cliente comunica la sua intenzione di non voler più proseguire i colloqui), questi ha il diritto e dovere di soffermarsi insieme al cliente sulla sua difficoltà nell’intraprendere il percorso di esplorazione e di cambiamento, confrontandosi sul “qui e ora” della relazione, al fine sia di scongiurare una brusca cesura all’alleanza di lavoro, sia nel riflettere insieme su cosa stia accadendo nel cliente ed all’interno della relazione e sul da farsi. Da qui, infatti, emerge un concetto basilare e fondamentale, quello di reciprocità nella relazione: se il terapeuta ha il dovere di offrire un setting sicuro per la scoperta di sé, dall’altro il cliente ha il dovere, in qualità di agente di scelta libero e responsabile, di “ fare la sua parte. Innanzitutto, deve avere la capacità di assumersi la responsabilità della terapia che decide di sostenere volontariamente (senza pressioni)”. Ed, inoltre “si chiede un impegno relativo alle assenze ed alle vacanze e un impegno circa l’evitare di abbandonare la terapia senza avere prima la possibilità di poterne discutere insieme”. (Buonaiuto, 2013). Per riassumere l’importanza del contratto terapeutico, userò le parole di Novellino (2001) “compito del paziente sarà quello di riferire quanto ritiene importante per la sua terapia, insieme al riferire vissuti significativi extra – analitici e intra – analitici, con l’inclusione di sogni e pensieri relativi al terapeuta; compito dell’analista sarà quello di aiutare il paziente a comprendere in base a quello che riferisce, con l’inclusione di eventuali azioni significative (ad esempio sedute “saltate”, come reagisce la sua mente di fronte a certi eventi”.

giovedì 4 luglio 2013

Sulla privatezza

Non ho scelto il termine di privacy: ha un sentore troppo legale, burocratico, asettico. Preferisco quello di privatezza: a mio parere ha un suono più dolce, più adeguato per descrivere la separazione, il confine tra il me ed il tu, tra noi e gli altri. Privatezza, come cura della nostra intimità. Perché voglio scrivere proprio di questo? Perché ho il sentore che, oggi come oggi, sia molto difficile e faticoso pensare se stessi in termini di individuazione e separazione e, soprattutto, in termini di Privato, appunto. L'era digitale certamente non ha facilitato la custodia del nostro Segreto, inteso della nostra area privata che, coscientemente, non amiamo svelare agli altri. Certo, qualcuno potrebbe obiettare che, nel momento in cui ci si iscrive su Facebook, o altri Social Network, il nostro diritto alla privacy è ormai compromesso, in quanto scegliamo di mostrarci al mondo, attraverso la pubblicazione dei nostri post. Ma non sono pienamente d'accordo, in quanto, a mio parere, è proprio la parola "scelta" che fa la differenza: io scelgo di mostrarmi e scelgo cosa e quanto mostrare di me. Il fatto che una persona scelga di apparire in pubblico, non significa che questa debba per forza essere spiata a sua insaputa: il fatto che cammini per strada, non obbliga necessariamente che la folla debba fissarmi
imperituri. Viviamo, purtroppo  in un'era narcisistica, dove il pubblico ed il privato si mescolano e si confondono, dove la riservatezza, il rispetto dello spazio altrui e dei limiti imposti dal reale, siano ormai valori desueti. Oggi l'anticonformismo non è più trasgredire la regola, la nevrosi non si risolve più e non si significa più nel concetto di conflitto, ma in quello di perversione, dove tutto è permesso ed è lecito e dovuto. Oggigiorno, il vero conformismo è il pettegolezzo, l'assenza di "scusi, disturbo?", "grazie", "prego!" e "per cortesia". Il vero "ribelle", colui che va oltre le aspettative degli altri è la persona che riesce a chiudere la porta, pensare a sé, curare la propria intimità, senza per questo scivolare nella tentazione di sbirciare dal buco della serratura!

mercoledì 19 giugno 2013

Il Corpo Ferito

Ho appena terminato di leggere il libro "Wonder" di RJ Palacio. Parole che ti entrano dentro come lame, emozioni che ti trascinano e ti commuovono. Auggie (il protagonista) può ben rappresentare il paradigma o esempio del Corpo Ferito. Del dolore portato dentro lo Studio, del dolore non sempre manifesto, ma che sta lì, spettatore, come un terzo, un fantasma pronto a diventare protagonista. Ma le ferite non sonno solo fisiche, quelle manifeste, come i lineamenti devastati da una sindrome rara, come quella di Treacher - Collins, bensì psicologiche: ferite dell'Animo, che, sovente, non si raccontano, non si narrano per vergogna, per paura di non essere capiti, ascoltati ed accolti, a cui, purtroppo troppo spesso, non si dà il giusto benvenuto compassionevole nella nostra storia. Pinkola - Estés scrive, nel suo bellissimo libro "Donne che corrono con i Lupi": parlare ed elaborare il Lutto ci fa risorgere dalla zona morta, ci consente di lasciarci alle spalle il culto mortale dei segreti..... Possiamo venirne fuori avendo acquisito una maggiore profondità, una piena conoscenza, ricolmi di vita nuova" (Pinkola - Estés, 1992, trad. it., pag. 420). Ed ancora:"Le lacrime sono un fiume che vi conduce da qualche parte. Il pianto crea attorno alla barca un fiume che porta la vostra vita - anima. Le lacrime sollevano la vostra barca al di sopra degli scogli, delle secche, conducendovi in un posto nuovo, migliore." (idem, 1992, trad. it., pag. 407)

venerdì 31 maggio 2013

L'importanza del gioco nella sintonizzazione affettiva

"Mamma, papà..... giochiamo insieme?"
Il gioco come collante affettivo tra genitore e bambino.
Il gioco, nei primi anni dell'infanzia, diviene lo strumento privilegiato di contatto e relazione tra genitore e bambino. Questo perché "se vogliamo comprendere nostro figlio, dobbiamo comprendere i giochi che fa" (Bettelheim, 1987, trad . it., pag. 209). Da qui, Freud vide nel gioco il mezzo, tramite il quale l'infante acquisisce le sue prime nozioni e, soprattutto, lo strumento grazie al quale il bambino riesce sia ad esprimere le proprie emozioni e pensieri, sia a trasmetterli all'adulto: allora il gioco diventa la strada maestra per comprendere in modo empatico ed a contenere in modo affettivo e sicuro, nei casi di paure ed angosce, la vita interiore del bambino (ibidem, 1987). Ma si badi bene: per entrare in sintonia con il bambino, il gioco non deve diventare pura meccanica, un arido saper fare, bensì un fruttuoso saper essere nella relazione e ciò comporta la capacità dell'adulto di contaminarsi, di ridere, gioire, imitare, sporcarsi. In altri termini, essere genuino ed autentico nella relazione. Ciò può avvenire solamente solo nel momento in cui l'adulto torna alla sua infanzia, ai ricordi del suo modo di giocare, alle emozioni e pensieri che provava, attraverso un percorso di auto - consapevolezza vigile, ma intuitiva ed emozionale, divenendo in tal modo congruente, ovvero "pienamente se stesso" e "senza maschera o facciata" (Rogers, 1962), nella relazione dialogica.


venerdì 24 maggio 2013

Dipendenze e minori nei contesti educativi

Nella mia esperienza di supervisore educativo e di formatore per equipe di educatori, mi trovo spesso al cospetto  di importanti quesiti, dubbi e, talvolta, timori da parte degli operatori, che, durante il loro lavoro, si imbattono in adolescenti e giovani vicini al mondo del consumo.
"Che fare?". Questa è, sovente, la domanda che si pone l'educatore e che da tradotta in "Come posso relazionarmi con chi fa uso di sostanze? Qual è il mio ruolo o "potere" persuasivo in tale contesto?". Domande non da poco, se si pensa al ruolo e responsabilità sociale e territoriale dell'educatore. Infatti, come ogni altra figura professionale, l'operatore educativo ha l'obbligo della privacy e della riservatezza. Da qui, tuttavia, in scienza e coscienza, occorre domandarsi: "Come muoversi in questo territorio minato? Come conciliare la preservazione della fiducia nella relazione, con il dovere morale di educare al benessere ed alla salute?. In termini più concreti: "Come mi comporto con il ragazzo o il giovane che mi confida di usare sostanze?". Al di là delle provocazioni da parte dell'adolescente, dell'impatto emotivo che questa notizia comporta, dobbiamo, innanzitutto, nel caso di un minore, cercare di capire, anche grazie alla supervisione o all'aiuto professionale di uno psicologo, se quello che il ragazzo ci dice può essere o un potenziale pericolo per la persona o una "semplice" sperimentazione, tipica nel periodo adolescenziale.
Se in scienza e coscienza riteniamo la prima ipotesi, dobbiamo derogare alla riservatezza, tuttavia, senza nasconderlo al ragazzo, ma confrontandoci direttamente con lui e supportandolo, nel caso voglia farlo di persona, nella sua rivelazione alla sua famiglia, al fine di farsi aiutare. Ma prima di arrivare a questo, dobbiamo imparare ad ascoltare a vivere empaticamente la sua esperienza, a non giudicarlo, ma a confrontarlo, in modo pacato ma fermo e saldo, sul pericolo che incorre. Insomma, siamo davanti ad un delicato equilibrio, che necessità di un allenamento continuo delle nostre abilità di ascolto e di "screening", per comprendere quali siano realmente le situazioni di pericolo, al fine di non colludere con esse: uno stile autorevole, in questi casi, contraddistinto da apertura affettiva, supporto (accettazione positiva incondizionata dei vissuti) e chiare e coerenti regole e limiti normativi (accettazione condizionata di comportamenti devianti), rappresenta un efficace fattore protettivo nella prevenzione di uso di sostanze.

lunedì 13 maggio 2013

Progettazione: la sfida del nuovo welfare

La capacità di progettare è una delle qualità innovative degli operatori del sociale, psicologi compresi, tanto che l'Esame di Stato per la nostra professione prevede una prova pratica ad hoc. Ma che significa progettare in campo socio - sanitario? Significa innovare, creare "ciò che ancora non c'è", ciò che serve, partendo dal basso, dai bisogni della persona e della comunità, soprattutto in questa epoca di crisi economica, politica e sociale. Essere "segugi", in questo caso, è un'abilità da sviluppare e potenziare: anticipare le necessità e promuoverle può divenire una carta vincente nel nostro lavoro, perché mostra al nostro cliente la nostra visione dei servizi, la nostra filosofia di lavoro e la nostra visione della Natura Umana. Da dove inizia, allora, il progetto? Inizia dall'osservazione sul campo, dall'analisi dei problemi e delle risorse della persona, piuttosto che del territorio e della comunità. Non dimentichiamo l'importanza del "sapere" oltre, quindi del "saper fare": documentarsi, studiare, comprendere e capire. Ma anche il "saper essere" diventa fondamentale: da ciò che scriviamo, dalla nostra comunicazione trasparirà ciò che siamo, ciò che desideriamo attuare e lo scopo umano del nostro progetto.

mercoledì 8 maggio 2013

Maggio 2013 Mese di Promozione del Benessere Psicologico in un'ottica bio – psico - sociale In occasione del mese di promozione del Benessere Psicologico, la Dott.ssa Carubbi Francesca offre la possibilità, per chi lo desidera, di conoscere più da vicino le attività di promozione del benessere e di prevenzione del disagio psicologici, in un'ottica rogersiana, per la persona e la comunità. Da qui, lo studio professionale viene aperto, nel mese di maggio 2013, per un colloquio gratuito di informazione e sensibilizzazione sull'importanza della tutela della propria salute psicologica. Per prenotare un incontro gratuito, o per avere maggiori informazioni: Dott.ssa Francesca Carubbi Via R. Lambruschini, 8 61032 Fano Ambulatorio Polispecialistico (su appuntamento il lunedì pomeriggio) Via Cavour, 8 61032 Fano (PU) 338.4810340 info@psicologafano.com
Sabato 18 maggio, dalle 9 alle 12.30, presso la Sala Rossa del Comune di Pesaro, le Associazioni che si occupano di Psicologia dell'Emergenza (ARES Italia, APE, SIPEM SoS Marche), organizzano, nell'ambito del Mese del Benessere Psicologico, l'evento "Il Recupero del Benessere Psicologico". Per ulteriori informazioni

mercoledì 1 maggio 2013

Maggio, mese di informazione sul Benessere Psicologico. Come ogni anno gli Psicologi del MIP offrono a chi lo desidera un colloquio gratuito di informazione e sensibilizzazioneun'occasione per chi vuol conoscere piu' da vicino il ruolo professionale dello psicologo e le sue attivita' nel campo della salute mentale. Per prenotare un colloquio gratuito: 3384810340; info@psicologafano.com sui temi della prevenzione del disagio e della promozione del benessere.

sabato 27 aprile 2013

Dove ricevo

Oltre che allo studio di Via Lambruschini,8, ricevo anche, il lunedì pomeriggio su appuntamento, all'ambulatorio polispecialistico, sito in Via Cavour, 8. Recapiti: 3384810340 info@psicologafano.com skype: francesca.carubbi1

lunedì 22 aprile 2013

E si fa presto a dire......parliamo!!

Parlare, conversare, scambiarsi opinioni, sembrano attività talmente spontanee, tanto da non soffermarci sul loro funzionamento. Ma comunicare è davvero una capacità così scontata? La comunicazione, infatti, oltre ad essere funzionale, ovvero seguire le regole di sintattica, lessico e così via, utili al fine di trasmettere un messaggio, per essere efficace, necessita di una qualità imprescindibile: la coerenza di ciò che comunichiamo. In tal senso Grice utilizza la seguente massima, al fine di spiegarne il concetto: "Non dire ciò che ritieni falso", ovvero ciò che comunichiamo verbalmente deve sintonizzarsi con tutta la nostra sfera non verbale (tono della voce, postura, comunicazione emotiva...), affinché l'altro possa comprendere sino in fondo la nostra intenzionalità a comunicare e la nostra autenticità nella relazione. L'essere congruenti, allora, diviene sia lo strumento indispensabile per una comunicazione efficace e funzionale, sia una sua conseguenza. Da qui, poiché la comunicazione è un presupposto della relazione, quest'ultima diviene autentica solo nel momento in cui riflettiamo sul nostro modo di comunicare. Queste considerazioni sono importanti nel momento in cui ci relazioniamo, non solo nella vita di tutti i giorni, bensì nel nostro lavoro di cura, dove l'essere autentici, empatici ed accettanti sono gli ingredienti fondamentali di un ambiente facilitanti.

domenica 7 aprile 2013

Il senso del mio lavoro, ovvero della mia vocazione


Mi ritengo fortunata: penso di fare, a torto o a ragione, il lavoro più bello del mondo: la psicologa. Ascoltare, immedesimarmi nelle persone, accogliere la loro vita nelle mie mani. E’ vero: comporta una grande responsabilità, ma allo stesso tempo, un grande privilegio. E così ascoltando e vivendo sia il dolore dei miei clienti, sia il mio (anche noi psicologi soffriamo, per chi non lo sapesse), ho maturato la mia teoria sul ruolo che ha la sofferenza nelle nostre esistenze: la vita, ahimè, non sempre ci offre serenità e gioia, ma anche momenti dolorosi che sembrano annientarci; scelte difficili, talmente grandi che sembra ci spacchino il cuore, ma da cui possiamo imparare moltissimo, per vivere con dignità. Come affrontare questi avvenimenti? Spesso, la nostra mente, così brava ad ingannarci, ci suggerisce, attraverso costrutti disfunzionali, che siamo perseguitati dalla sfortuna o che se avessimo agito diversamente, non ci sarebbe successo nulla di così dolorosamente stravolgente: “Ah!! Se fossi stata più attenta!!, Ah! Se non mi fossi fidata….e così via. E, senza rendercene conto, continuiamo a soffrire imperituri, legati e condizionati dal nostro passato come se, magicamente, potessimo tornare indietro. Razionalmente sappiamo che non è così, ma emotivamente ci tormentiamo, ci accusiamo: arriviamo, addirittura, ad odiarci, perdendo così di vista il nostro presente e la nostra vita. Odiarsi invece di essere compassionevoli con coi stessi. Avete mai pensato, infatti, perché avete scelto una strada al posto di un’altra? Quali motivi o bisogni, in quei momenti, vi hanno spinto a fare una determinata azione piuttosto che un’altra? Vi siete fermati a riflettere su questo invece di flagellarvi e punirvi in modo sadico? Se ho imparato una cosa importante dall'esperienza è che, nostro malgrado, c’è sempre un perché nelle nostre azioni. Esiste sempre un senso profondo in ciò che facciamo e, da ultimo e non meno importante, lo abbiamo scelto noi, nel bene e nel male. Forse è questo l’aspetto che fa più paura: essere consapevoli che siamo noi i primi agenti di scelta, i fautori della nostra vita. Siamo persone responsabili, anche se, nel nostro cammino, abbiamo incontrato persone che non ci hanno capito o che non ci hanno offerto quel calore di cui avevamo bisogno per crescere. La sofferenza è l’aspetto più duro da sopportare ma, allo stesso tempo l’ingrediente fondamentale per ritrovare noi stessi, per crescere ed auto realizzarsi. Attenzione: questo non è un inno al masochismo, al gusto della sofferenza. Sto parlando della capacità di attraversare il nostro dolore, apprendere dagli errori per maturare e rafforzarsi, perdonarsi per vivere pienamente l'esistenza. Perché, per quanti sforzi facciamo, il dolore non si può eliminare, ma lo si può accogliere, attraversare, trasformare, renderlo linfa vitale per la nostra creatività, per la nostra vita, senza piegarci in modo passivo ad esso, senza rimuginare su di esso tutta la vita. Essere compassionevoli con se stessi e con gli altri, per trovare la propria pace. Personalmente ne so qualche cosa: ho attraversato momenti molto dolorosi nella mia vita. Ma sono qui e lo sto scrivendo, narrando, sto mettendo in riga la mia sofferenza. Sto creando. E, cosa più importante, sono diventata mamma di una bellissima bambina. E’ questo che voglio dire: nessuno cancellerà il mio dolore. Ma vivo e lotto, responsabile della mia vita, di come voglio continuare a viverla, senza negare la mia fragilità: so che, talvolta, il mio trauma si riattiverà con tutta l’angoscia che comporta. Ma il vedere ed accettare che queste cose possano riaccadere mi dà forza nell'affrontarle, perché non le nego. Sono consapevole. E questo è potuto avvenire nel momento in cui ho voluto essere pienamente responsabile della mia vita: sono andata in terapia per curare la mia anima profondamente ferita, affinché potessi apprendere, dalla mia stessa esperienza, dalla mia discesa agli inferi, come sostenere e facilitare i miei clienti nel loro processo di cambiamento. Il mio dolore come mezzo per accogliere quello altrui.

martedì 19 marzo 2013

Dott.ssa Francesca Carubbi su skype


la Consulenza on - line o a distanza
La consulenza on - line è una particolare tipologia di aiuto e sostegno psicologico, con delle caratteristiche ben definite:
- è svolta tramite l'ausilio di video - conferenza (skype);
- ha una durata prevedibile e circoscritta nel tempo (massimo 6 colloqui, di 50 minuti l'uno);
- tratta di una problematica specifica e circoscritta. E' importante sottolineare che non si tratta di psicoterapia;
- è effettuata da figure professionali qualificate (psicologo, psicoterapeuta, psichiatra)
La consulenza on - line, come ogni altra tipologia di servizio alla Persona, segue delle linee guida specifiche, emanate dall'Ordine degli Psicologi, che sono qui sotto. Essa può essere utile per tutte quelle persone che si vogliono approcciare all'aiuto psicologico a piccoli passi, per timidezza, paura. Oppure può essere richiesta anche da coloro che sono residenti in altre città e Regioni italiane e che hanno impossiblità a spostarsi. Tuttavia, occorre ricordare che se lo psicologo, terminate le sei sedute,  ravvede  in scienza e coscienza, che il cliente necessita di un aiuto più approfondito, proporrà a questi la continuazione del rapporto professionale presso lo studio o, in caso di utente fuori Regione, invierà questi ad altro professionista o Servizio idoneo.

Raccomandazioni
- La consulenza a distanza, come ogni altro sostegno psicologico, segue le linee guida di riservatezza, privacy e consenso informato: all'inizio di ogni prestazione, lo psicologo presenta all'untente un modello di consenso informato al trattamento psicologico e un foglio informativo sul trattamento dei dati personali, secondo il D. lgs. 196/03;
- Il servizio è rivolto a maggiorenni e non è anonimo;
- Chi richiede una consulenza a distanza, deve consapevole che questa non è psicoterapia e che non si tratteranno disagi, problematiche o sofferenze tali che necessitano di una prestazione presso lo studio (depressione, ansia, lutto, ideazioni suicidarie, stato di dipendenza acuta da sostanze, autolesionismo, violenze di genere e abusi);
- Esempi di problemi specifici trattabili possono riguardare: orientamento scolastico; consulenze educative su temi specifici, come la scelta della scuola; scelta lavorativa; piccoli problemi relazionali (genitore - figlio, relazioni tra partner).
Pagamento
- Ogni prestazione prenotata, dovrà essere preceduta dal pagamento relativo (30 euro), che avverrà tramite bonifico bancario;
Informazioni e prenotazione
Per ulteriori informazioni o per prenotare una consulenza, visita la pagina "contatti". Di seguito, le diverse modalità di prenotazione:
- tramite mail, all'indirizzo info@psicologafano.com;
- tramite cellulare;
- tramite skype (francesca.carubbi1).

linee guida prestazioni psicologiche a distanza

giovedì 24 gennaio 2013

Nuovo blog sulla sessualità, analizzata e compresa attraverso un approccio integrato: sessuologico - clinico e rogersiano. Blog creato e curato da me e dalla mia collega Dott.ssa Antonietta Albano, psicolog - psicoterapeuta Centrata sul Cliente ed esperta in sessuologia clinica.
http://www.cuoreeros.blogspot.it
Cresce in Italia la web-dipendenza negli studenti tra gli 11 e 16 anni. Secondo le ultime rilevazioni, 240mila ragazzini e adolescenti italiani passano mediamente piu' di tre ore al giorno dinanzi al pc, e ormai sono sempre piu' diffusi disturbi gravi come la sindrome di Hikikomori (una sorta di isolamento sociale), prima presente solo in Giappone. A segnalare il fenomeno e' la Fnomceo (Federazione italiana degli ordini dei medici) dal suo sito.
Fonte: http://www.ansa.it/saluteebenessere/notizie/rubriche/stilidivita/2013/01/21/Internet-adolescenti-bambini-sempre-piu-dipendenti_8109941.html;